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venerdì 20 agosto 2010

Oltre la soglia, oltre il Mondo

Alessio si svegliò con la luce del sole che filtrava dalle persiane e gli batteva sugli occhi. Aveva tutti i muscoli indolenziti ed un gran mal di testa.
La casa era immersa nel silenzio.
Si alzò ed andò in bagno a fare una doccia. L'acqua che scendeva calda scioglieva tutti i nodi che aveva sulla schiena e sulle spalle, facendolo sentire finalmente bene, e portando via un po' del torpore che si portava appresso dalla notte agitata. Si trovò a pensare a problemi concreti ed immediati, soprattutto come sopravvivere isolati dal mondo qualora non fossero riusciti a trovare una via d'uscita entro breve. Calcolò che le provviste della dispensa sarebbero bastate per un mese, mangiando in tre. Dovevano consumare subito i cibi deteriorabili, mentre l'acqua non era un problema dato che in cantina c'erano diverse casse e comunque il rubinetto in cucina aveva il depuratore.
Prima o poi avrebbe dovuto liberare Romolo. Poteva sempre lasciarlo chiuso in cantina, ma di certo non lo avrebbe costretto all'immobilità per un'altra notte. Rabbrividiva al solo pensiero.
Si avvolse nell'accappatoio e si asciugò. Stava decisamente meglio.
Aveva voglia di fare colazione e di discutere i vari problemi con Claudio, così andò direttamente nella camera degli ospiti per svegliarlo.
La stanza era vuota.
Alessio rimase interdetto. Andò a bussare al secondo bagno, ma non trovò nessuno neppure lì. Provò in cucina, si affacciò alla finestra e chiamò, ma nulla. In tutto il resto della casa, di Claudio nessuna traccia.
Corse alla porta della cantina in preda all'agitazione crescente, ma una volta sulle scale si fermò, colto da un dubbio: e se Romolo si fosse liberato durante la notte, e avesse fatto del male al suo amico? Ma non aveva senso, perchè lasciare lui illeso?
Non poteva tormentarsi con questi dubbi, così facendosi coraggio irruppe in cantina, pronto a tutto. Trovò Romolo ancora legato alla colonna, addormentato, pallido e visibilmente sfinito. Ne provò compassione, ma ora che era solo l'idea di liberarlo era troppo rischiosa. Per il momento no.
Si sentiva svuotato e la sua mente iniziò a rifiutare la situazione. Tornò in cucina come se nulla fosse, mise sul fuoco un caffè e si sedette ad aspettare, fingendo a se stesso che tutto fosse normale. Era stanco di strani avvenimenti e misteri. Se Claudio non era in casa, le ipotesi potevano solo essere due: o aveva trovato una via d'uscita, o aveva varcato il cancello. Dal momento che escludeva che Claudio se ne andasse da solo una volta trovato il modo di liberarsi da questa assurda trappola, l'ipotesi più plausibile, ed anche la più spaventosa, era che il suo amico avesse deciso di prendere la via del bosco come aveva suggerito il loro prigioniero. D'altronde Claudio aveva già dimostrato la sua avventatezza varcando il cancello la prima volta, e da che lo conosceva aveva sempre dimostrato un certo gusto per l'avventura.
“Che hai fatto, Claudio?” Pensò sconfortato Alessio.
Il borbottio del caffè che iniziava a salire lo riportò alla realtà. Si alzò e sollevò la moca dal fornello, fece per versarne il contenuto nella tazzina ma la mano gli tremava dal nervosismo e la bevanda bollente gli si rovesciò sull'altro braccio. Il bruciore lo destò dal suo intorpidimento e lanciò un urlo, non avrebbe saputo dire se di dolore o di rabbia. Subito mise la scottatura sotto l'acqua, prese un asciugamano, lo bagnò e mestamente iniziò a tamponarsi il braccio. Camminava su e giù per la cucina, con gli occhi fissi sul pavimento, concentrato sul dolore per non pensare ai problemi che gli si accumulavano in testa. Ma passando di fronte alla finestra alzò lo sguardo, vide il cancello aperto e la rabbia gli scoppiò come un fuoco rosso in testa. Scagliò l'asciugamani sul pavimento e tirò un pugno alla parete. Era solo, ora. Claudio, il suo amico, lo aveva lasciato solo in una situazione che non sapeva gestire. Solo con un prigioniero in cantina, che se si fosse liberato avrebbe potuto avere la meglio su di lui fin troppo facilmente. E tutto per stupida curiosità, ne era certo.
Accecato dalla rabbia corse a perdifiato lungo il corridoio, si abbatté sulla porta d'ingresso, attraversò in un lampo il giardino e senza pensarci due volte varcò il cancello.
-Dove sei?- Gridò disperato. -Dove sei? Torna subito qui! Non puoi lasciarmi solo!- Tutta la sua frustrazione stava uscendo fuori attraverso urla rivolte al nulla, perchè solo gli alberi erano il suo pubblico impassibile. Tutto intorno era silenzio.
Gridò fino a che la gola glielo permise. Infine sfinito e con la voce rotta dal dolore si accasciò per terra. E solo allora, quando le sue dita incontrarono l'erba soffice, capì dove si trovava. Guardò in alto, oltre le fronde verdi, e vide un cielo limpido e bello. La rugiada della notte appena passata rendeva le foglie più verdi e l'odore del bosco era forte e pungente. Si sentì bene per un attimo, in pace con il mondo, libero in uno spazio aperto, senza le mura opprimenti e la siepe limitante. Ma la razionalità ebbe il sopravvento ben presto e Alessio tornò lentamente nel suo circoscritto giardino, come un detenuto che dopo aver assaporato l'ora d'aria entra mesto nella sua prigione.
Lo sfogo era stato benefico. Ora si sentiva più calmo e pronto ad affrontare la situazione. Si disse che per prima cosa doveva avere un quadro il più completo possibile, ed iniziò con il controllare il solco che aveva scavato Romolo. Iniziava dal lato sinistro del cancello, faceva il giro intero della casa e si chiudeva sul lato destro dello stesso cancello, rendendolo parte integrante del cerchio.
Si chiese cosa sarebbe successo se avesse provato a scavalcare la siepe di rose che divideva la casa dalla strada ma il tentativo andò subito a monte, poiché non riuscì nemmeno a raggiungerla. Infatti appena provò a scavalcare il cerchio provò una sensazione di calore che crebbe fino a diventare insopportabile e fu costretto a ritrarsi. Non c'era modo di uscire, se non dal cancello. Ma perchè tutto questo? si chiese. Pensò di parlare con Romolo, ora che era passato dall'altra parte, ma pensandoci meglio non ne vide l'utilità dal momento che il prigioniero sembrava saperne meno di loro. O forse fingeva, chi poteva dirlo.
La mattina trascorse in fretta tra esplorazioni e supposizioni. Il pomeriggio decise di cercare tra gli scatoloni qualche libro che gli potesse sembrare utile. L'operazione si rivelò lunga e così rimandò la lettura al giorno dopo. Prima di andare a letto preparò la cena per se e per Romolo, che non mangiava da due giorni. Quando gliela portò provò a salutarlo:
-Salve. Tutto bene qui sotto?- Disse facendo finta di niente, ma intanto aspettando trepidante di vedere se la teoria di Claudio era giusta.
-Benissimo...- Rispose Romolo con una vena di sarcasmo. -Vedo che anche tu hai avuto un po' di coraggio. Dov'è l'altro?
-Buffo, è la domanda che ero venuto a farti io.
-Oh. Fammi capire: ha completato l'opera? Sì, te lo leggo negli occhi! E' andato di là, vero? Sai, non ho idea di cosa ci sia oltre il cerchio, ora come ora. Sono stato lontano per molto tempo. Molto, molto tempo.
-Lontano?
-Non sono affari tuoi. Ma spero che il tuo amico sappia quello che fa, o potrebbe trovarsi nei guai.-
Alessio aveva già toccato nei suoi pensieri questo argomento. Era molto preoccupato per il suo amico, che ora si trovava chissà dove. Pensava che sarebbe stato meglio cercarlo, ma era anche convinto che avventurarsi nel bosco senza saperne nulla fosse una mossa troppo avventata.
-Ora ti libero, Romolo, così potrai mangiare. Per stanotte ti lascio ancora qui sotto, domani vedremo.-
Slegò lentamente le corde, pronto a difendersi. Quando Romolo ebbe le mani libere prese il piatto che Alessio gli aveva lasciato di fronte e mangiò placidamente.
-Buona notte.- Gli augurò Alessio allontanandosi. Romolo fece un cenno col capo.
Non appena Alessio fu in cucina si sentì molto meglio. Slegare quelle corde gli era sembrata un'impresa titanica, soprattutto per la tensione e la preoccupazione che lo attanagliavano. Ma si sentiva sollevato soprattutto dai sensi di colpa e pronto a dedicare la sua preoccupazione solo a Claudio, disperso chissà dove. Sapeva che non avrebbe dormito bene quella notte e che il dubbio lo avrebbe tormentato: doveva andare a cercare il suo amico? Non lo sapeva. Gli ci voleva una distrazione. Andò a prendere un libro e si apprestò ad andare a leggerlo in camera, ma mentre camminava lungo il corridoio, osservato da occhi dipinti sui quadri lungo le pareti, passò di fronte ad una porta che aveva evitato di aprire dalla morte di suo nonno. Fece scorrere la mano sulla maniglia pensieroso. Non sapeva bene se si sentiva pronto ad entrare lì dentro, ma si fece coraggio e dopo aver premuto l'interruttore della luce spinse delicatamente la porta ed avanzò nella stanza.
Un enorme lampadario di vetro illuminava il salone in cui suo nonno aveva passato gran parte del tempo. Lui la chiamava “la stanza degli uomini” e solo Alessio era ammesso lì dentro. Doveva essere un luogo dove parlare indisturbati, ma naturalmente non era mai così. Le donne di casa, in netta maggioranza, si introducevano sempre senza preoccuparsi troppo delle finte lamentele del nonno.
Alessio si tolse le scarpe per assaporare sotto i piedi la sensazione di calore e morbidezza che gli davano i tappeti che ricoprivano il pavimento, poi accese il camino, rimanendo a fissare il fuoco per un po', affascinato dalla danza delle fiamme. Si sedette sul divano ed aprì il libro, ma prima di leggere lasciò spaziare lo sguardo per tutta la stanza. Era bella, come sempre. Vicino a lui c'era un mobiletto. Sapeva bene che il nonno ci teneva qualche alcoolico, e non di quelli scadenti. Non sapeva se era rimasta dentro qualche bottiglia, ma sperava proprio di sì. Allungò il braccio e aprì l'antina trattenendo il respiro. Non rimase deluso: ordinatamente disposti come soldati sull'attenti facevano bella mostra di sé una decina di bottiglie, tra scotch, brandy e grappe. Dopo una lunga riflessione optò per un Ardbeg del 1974. “Ci vorrebbe un bicchiere” pensò Alessio, ma poi si accorse che sotto il ripiano delle bottiglie c'era un piccolo cassetto, in cui trovò tutto il necessario per gustare al meglio gli alcoolici. Si versò due dita di whisky in un bicchierino e lo assaporò lentamente, a brevi sorsi. Mentre il sapore lievemente affumicato dell'Ardbeg lo inebriava insieme all'odore della legna che ardeva nel camino iniziò a leggere il libro che aveva scelto. Era “Ab Urbe condita” di Tito Livio, e parlava della fondazione di Roma.
La leggenda narrava di due gemelli che per essere nati insieme erano condannati a dividere tutto, anche il diritto di fondare una città. Nessuno dei due era disposto a cedere all'altro questo privilegio, ed entrambi misero la scelta nelle mani del destino. Ma esso non era mai stato molto buono con loro, e infatti giocò ai due un ultimo scherzo. Mentre guardavano il cielo alla ricerca di un segno, Romolo per primo avvistò sei avvoltoi e la sua gente lo proclamò re sul colle Palatino. Ma Remo subito dopo vide ben dodici avvoltoi e i suoi seguaci pensarono che il segno fosse evidente, così lo proclamarono re sul colle Aventino. Romolo tracciò il solco entro il quale doveva sorgere Roma, mentre Remo faceva lo stesso per la sua città: Remora.
La storia andava avanti con la beffa di Remo a danno del fratello. Egli scavalcò il solco di Roma, ridendo e schernendo il fratello. Fu per questo che Romolo lo uccise a sangue freddo. Alessio fu percorso da un brivido.
Continuò ancora un po' nella lettura mentre il livello del whisky si abbassava lentamente, ma le palpebre si stavano facendo pesanti. Lesse con distrazione le vicende successive alla morte di Remo e si fermò nella lettura quando arrivò ad un piccolo particolare della storia che non ricordava, ovvero l'ascesa al cielo di Romolo, rapito dal dio Marte. Si soffermò un po' sulla frase “R
omolo governo' la citta' in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve.”
“Certo che è scomparso. E' nella mia cantina.” fece in tempo a pensare, prima di addormentarsi.
I giorni seguenti furono tutti molto simili. Si svegliava presto la mattina e faceva ricerche per tutto il giorno. Erano pochi i momenti di svago, non si sentiva per nulla in vena di divertimenti. C'era un pallone sotto il portico, e qualche volta giocava a lanciarlo contro il muro. I rapporti con Romolo erano ridotti allo stretto necessario. Gli portava da mangiare due volte al giorno ed a volte scambiavano qualche parola di circostanza. La sera aveva preso l'abitudine di leggere di fronte al camino acceso, per lo più libri di narrativa.
Il nono giorno di prigionia decise di far uscire Romolo a prendere aria. Gli legò i polsi dietro la schiena e reggendo un capo della corda lo fece camminare davanti a lui. Quando furono in giardino Romolo sbattè ripetutamente gli occhi, non più abituati alla luce del sole, poi guardò il cerchio che aveva solcato giorni prima e infine si fermò ad osservare il cancello chiuso.
-Il mio amico è passato da lì. Tu sai dove porta?- Chiese Alessio.
Romolo scosse la teste: -Non più ormai.- Disse avvicinandosi. Se si fosse stupito nel veder sparire la strada e comparire il bosco, non lo diede a vedere.
Alessio osservò le spalle dell'uomo alzarsi e dopo un profondo sospiro ricadere sotto il peso di una grande disperazione. -Lasciami libero, ti prego.- Disse con un filo di voce Romolo.
-Se ti lascio andare, mi dirai come uscire di qui?- Chiese Alessio.
-Ti giuro che non lo so. L'uscita ce l'hai di fronte, eppure continui a chiedermi la stessa cosa. Il tuo amico sarà già in salvo ormai, non puoi sapere dove porta questo bosco.-
-E' proprio per questo che non mi fido. E non mi fido neanche di te. Mi hai pregato di lasciarti andare solo quando hai visto cosa c'è oltre il cancello. Evidentemente sai qualcosa che non mi vuoi dire.
Romolo sorrise. -Sei intelligente.- Disse. -Vedi, sono stato lontano da casa per moltissimo tempo. Prigioniero, come ora, ma in un posto molto più... vincolante, possiamo dire. Poi è successo qualcosa, e mi sono trovato qui. Già, qui. Libero dalla mia prigione, eppure non ancora a casa. Ma io sono un re, e ho il diritto di decidere dove vivere. Se sono giunto qui, un motivo ci sarà, e così ho fatto quello che ho ritenuto necessario: stabilirmi qui, rifondare la mia città e ricominciare da capo. Oltre quel cancello vedo un bosco, come lo vedi tu, ma sento che quel posto è più giusto per me. Io sento di essere un estraneo qui, mentre lì forse potrò trovare quello che ho lasciato. Quindi ti chiedo, lasciami andare per la mia strada e trova la tua da solo, perchè io non posso aiutarti.-
Si guardarono negli occhi a lungo, in silenzio. Alessio cercava di capire se quell'uomo fosse sincero oppure no. La storia che aveva raccontato era frammentaria, lacunosa e fin troppo strana, ma era da nove giorni che aveva smesso di stupirsi. Ormai era convinto che quello fosse davvero Romolo, il primo re di Roma.
Alessio sorrise. -Spero solo che tu sia sincero, altrimenti me ne pentirò.- Disse, poi sciolse le corde. -Vai- Lo esortò -e buona fortuna.-
Romolo si tratteneva a stento. Lo ringraziò, poi aprì il cancello. Lo varcò, si bloccò. Tornò indietro, prese una ricorsa e fu come andare a sbattere contro un muro. Ci riprovò con più forza, fece forza con gambe e braccia, schiacciato contro una parete di nulla. Resistette pochi istanti, poi fu sbalzato indietro. Fu sollevato da terra e scagliato in aria, precipitò di schiena nel giardino di casa sbattendo la testa. Alessio ricordò quando un giorno cercò di unire due calamite molto potenti, ma dello stesso polo. Non era riuscito a farle toccare tra di loro, ed in più le due calamite si erano respinte, finendo una lontana dall'altra. Quello che era successo a Romolo era più o meno la stessa cosa.
Alessio corse a soccorrere l'uomo che scuoteva la testa e gemeva disteso nell'erba.
-Cosa è successo?- Chiese Alessio.
-Non lo so... non riuscivo...-
-C'è qualcosa di strano qui. Ora ti porto in casa e...-
La sua frase fu interrotta da un fragore alle sue spalle. Si voltò e vide che l'arco di pietra che sovrastava il cancello stava iniziando a crollare, e che le colonne che lo sorreggevano si stavano crepando. Allo stesso tempo, il bosco iniziava a sfumare ed a scomparire, ma anche la strada oltre la siepe faceva lo stesso.
Alessio fu colto dal panico. Guardò terrorizzato Romolo, che gli gridò:
-Vai! Corri prima di rimanere intrappolato qui! Sta crollando tutto!-
Alessio non afferrò subito, poi pensò di aver capito. L'onda d'urto creata dall'impatto tra Romolo e ciò che lo aveva respinto aveva anche investito il cancello, e se crollava l'unica via che univa la casa di suo nonno al mondo esterno, il cerchio si sarebbe spezzato e loro sarebbero rimasti isolati da tutto e tutti.
Non era più l'ora dei calcoli, delle ricerche e delle ipotesi. Alessio corse con le ali ai piedi, con poche falcate fu di fronte al cancello crollante, esitò due passi e poi chiudendo gli occhi si tuffò in avanti. Atterrò sulle foglie secche, che scricchiolarono sotto di lui. Una pietra lo colpì sul braccio e il dolore fu così acuto che non lo sentì subito. Pensò solo che un momento prima era a casa sua, e quello dopo era nel bosco, senza possibilità di ritornare indietro. Riuscì a vedere gli ultimi pezzi del cancello cadere a terra, lasciando solo detriti. Ebbe un'ultima immagine della casa di suo nonno, del giardino pieno di piante ben curate, di Romolo steso nell'erba, con un'espressione inorridita sul volto. Poi anche l'ultima pietra cadde, la casa sparì ed Alessio si ritrovò da solo con un mucchio di pietre in un bosco sconosciuto.

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