Alessio non riusciva a togliere gli occhi dalla lancia che spuntava dalla schiena del cadavere riverso a terra. Gli steli d'erba intorno al corpo iniziavano ad impregnarsi di sangue. Da troppi giorni tutto intorno a lui sembrava un'illusione slegata dal mondo e la concretezza di quel sangue rosso e denso lo ancorò alla realtà. Prima di quel momento Alessio si era sentito come il visitatore di un museo che ammira i quadri con distacco, ora invece capiva di essere nel quadro.
-L'hai ucciso- disse con voce malferma, poi quasi sussurrando: -bastardo.-
Sentiva di essere sul punto di piangere ma si trattenne. Poi pensò che se il cavaliere avesse voluto completare l'opera lui non avrebbe avuto via di scampo, e due lacrime gli rigarono il volto sporco di terra e sudore. Alzò il mento per fronteggiare l'uomo e lo aggredì con più sicurezza:
-Perchè lo hai fatto?-
Il cavaliere si avvicinò al passo. Si fermò di fianco al cadavere e strinse la mano inguantata sull'asta della lancia. Da dietro l'elmo scrutò Alessio.
-Che problema hai?- Disse. Poi fece forza ed estrasse la lancia. Dal corpo fuoruscì un denso fiotto di sangue ed Alessio non riuscì a trattenere un conato.
Il cavaliere sembrò stupito e si affrettò a smontare da cavallo. Raggiunse Alessio e gli mise una mano sulla spalla, aiutandolo a tirarsi in piedi. Alessio lasciò fare, ma non appena fu saldo sulle proprie gambe si allontanò disgustato ed impaurito dal cavaliere.
-Qual'è il tuo problema?- Ripetè il cavaliere, non senza stupore nella sua voce.
-Qual'è il tuo problema?- Ripetè il cavaliere, non senza stupore nella sua voce.
-L'hai ucciso!- Esclamò Alessio.
Il cavaliere si slacciò l'elmo e se lo tolse a fatica, poi si passò una mano tra i capelli sporchi e sudati. -Sì, l'ho ucciso. E per poco non lo perdevo. Mi ha quasi fatto fuori il cane, quello schifoso.- Con un fischio chiamò il grosso cane lupo, che arrivò zoppicando.
Il cavaliere si slacciò l'elmo e se lo tolse a fatica, poi si passò una mano tra i capelli sporchi e sudati. -Sì, l'ho ucciso. E per poco non lo perdevo. Mi ha quasi fatto fuori il cane, quello schifoso.- Con un fischio chiamò il grosso cane lupo, che arrivò zoppicando.
-Bravo cane, ottimo lavoro. L'hai stanato, eh! Bravo!-
Alessio era inorridito: -Stai parlando di un essere umano, non di una dannatissima lepre!-
Il cavaliere scoppiò a ridere.
-Un essere umano, dici? Vai a vederlo da vicino il tuo essere umano.-
Alessio si avvicinò al corpo con passo incerto. Provò a non concentrarsi sull'orrenda ferita, ma non riusciva a capire cosa voleva da lui il cavaliere. Il morto aveva braccia e gambe tozze e la schiena larga, vestiva di pelle e cuoio, ma nulla di più.
-Voltalo.- Ordinò il cavaliere. Alessio fece per protestare, ma ripensò alla lancia e si rassegnò ad assecondare l'assassino.
Con un moto di ribrezzo mise le mani sotto la pancia del morto. Sentì che le dita gli si inzuppavano di sangue, ma preferì non pensarci. Puntò i piedi per terra e fece forza. Il morto era sorprendentemente pesante, ma grugnendo e sbuffando riuscì infine a ribaltarlo in posizione supina.
Con un moto di ribrezzo mise le mani sotto la pancia del morto. Sentì che le dita gli si inzuppavano di sangue, ma preferì non pensarci. Puntò i piedi per terra e fece forza. Il morto era sorprendentemente pesante, ma grugnendo e sbuffando riuscì infine a ribaltarlo in posizione supina.
-Slacciagli il cappuccio e toglilo, ora.-
Alessio cercò il laccio del cappuccio di cuoio sotto il mento del cadavere e così facendo toccò la sua pelle morta e già fredda. Un brivido gli percorse la schiena e si costrinse ad andare avanti, anche se ormai una sottile e morbosa curiosità lo stava assalendo. Voleva vedere chi ci fosse sotto quel cappuccio.
Ma non era preparato a quanto scoprì. Slacciò il cappuccio e lentamente lo sfilò.
Era un volto spigoloso e regolare, ma non un volto umano. La pelle grigiastra si tendeva sugli zigomi alti ed appunti. La mandibola sporgeva all'infuori per far spazio a due zanne corte ed affilate, i denti superiori erano invece tozzi e fatti per frantumare. Dove doveva esserci il naso c'erano invece due strette fessure. Sulla fronte spaziosa spuntavano numerose protuberanze ossee, come piccoli corni.
Ma erano gli occhi a destare il maggior stupore. Ricordavano quelli di un gatto per la loro forma, ma la pupilla era completamente nera, come un pozzo profondo, e al suo interno baluginavano riflessi azzurri e verdi.
Alessio era senza parole. La testa iniziò a girargli e si dovette sedere a terra. Dove sono? Si chiedeva. Non riusciva a darsi una spiegazione e gli sembrava di non avere più punti fermi.
-Cos'è?- Chiese Alessio al cavaliere, indicando il cadavere.
Il cavaliere parve stupito: -Non avete una parola per questi esseri, da dove vieni tu? Orco, ogre, oni? Non ti dicono niente questi nomi?-
Alessio non rispose, ma si alzò in piedi e guardò il cavaliere in faccia:
-Sto cercando un amico. Se non si è perso nel bosco, credo sia passato da queste parti non molte ore fa. Devo trovarlo e portarlo a casa in qualche modo, ma non so neppure dove mi trovo io. Puoi aiutarmi, per favore?-
Il cavaliere sembrava esitante. Si guardò intorno più volte, poi sembrò prendere una decisione:
-Devi venire con me, queste colline non sono sicure.
-E il mio amico?- Chiese Alessio.
-Troveremo anche lui, se è qui. Ma prima ti porterò al sicuro. Andremo a piedi, il mio cavallo è troppo stanco per portarci entrambi.-
Così detto fissò lancia ed elmo alla sella, poi diede una pacca al fianco del cavallo che partì al galoppo verso sud ovest.
-Lui conosce la strada, andrà diretto al caer.-
Alessio annuì e si apprestò a seguire il cavaliere.
Scesero la collina e seguirono il cavallo finchè riuscirono a scorgerlo. Alessio si accorse che sul terreno era accennato un sentiero. Aggirarono una collina e con non poca sorpresa di Alessio il sentiero divenne una vera e propria stradina di ciottoli bianchi che si snodava per miglia. Era nascosta dai pendii e per questo non era riuscito a trovarla dal suo punto d'osservazione.
Camminare sulla strada era molto più agevole e l'umore dei andò via via migliorando, tanto che il cavaliere ruppe il silenzio:
-Il mio nome è Ollerus Rotanev e sono un cacciatore.- Disse cordialmente.
-Io mi chiamo Alessio Lupi. Ti sono grato per l'aiuto che mi stai dando.-
-Credimi, se il tuo amico è davvero passato di qui lo troveremo. Io e la mia compagnia siamo stanziati in questa regione da mesi ormai, e conosco abbastanza bene queste colline. Però dobbiamo trovarlo in fretta, perchè ti posso dire senza ombra di dubbio che non è saggio aggirarsi qui senza una guida e senza armi.-
Alessio non rispose.
-Ma prima sarà meglio portarti al sicuro, Alèski.
-Mi chiamo Alessio.
-E' quello che ho detto. Aleski.
-E Aleski sia.- Sospirò Alessio.
La strada proseguiva dritta e non si riusciva a vederne la fine. L'orizzonte era sgombro, non una casa né un palazzo ostruivano la vista. Le nuvole incombevano ancora tetre e l'aria era carica di elettricità. Si avvicinava un temporale.
Ollerus sembrava preoccupato dalle condizioni del tempo. La strada li portò in vista di un'altura più scoscesa delle altre, coperta da un fitto manto di alberi di conifere. Il cavaliere sembrò sollevato:
-L'altro versante di questo monte è formato da una parete rocciosa. Ci sono varie grotte che a volte ho usato come rifugio. Dovremo fermarci, altrimenti il temporale ci coglierà nel bel mezzo del nulla e non avremo riparo.-
Non aveva ancora finito di parlare che grosse gocce di pioggia scesero su di loro e tutt'intorno. Affrettarono il passo per aggirare il monte e quando furono in vista della parete di roccia erano già bagnati fradici. Il temporale era iniziato.
Ollerus, alzando la voce per contrastare il rumore della pioggia, indicò ad Alessio un sentiero scavato nella pietra che si inerpicava fino ad una piccola grotta, qualche metro sopra di loro.
La scalata fu difficoltosa perchè l'acqua scorreva a rivoli sotto i loro piedi e rendeva il sentiero incerto. Stanchi ed affannati entrarono nella grotta. Dovettero entrare uno alla volta, abbassandosi per non sbattere la testa, ma infine furono al riparo proprio quando iniziavano a scoppiare i primi tuoni. All'interno c'era della legna secca che Ollerus aveva raccolto in precedenza. Il cacciatore si accinse ad accendere il fuoco ed Alessio si sedette con le spalle appoggiate alla roccia. Si strinse le ginocchia con le braccia e guardò fuori il giorno che si era fatto scuro. Dopo pochi minuti una scintilla bruciò l'erba secca e i rametti, e poco dopo un allegro fuoco scoppiettava nella grotta. I due lasciarono che i loro vestiti si asciugassero, poi Alessio domandò:
-Questo caer di cui parlavi, cosa sarebbe?-
-E' il nostro accampamento. Un posto sicuro, vedrai.-
-Sicuro? Da cosa vi difende?-
-Dagli orchi. Queste colline ne sono piene.-
-Non ne ho visti mentre camminavamo.-
-Ma c'erano. Ci hanno seguiti fino a qui, ma ora sono andati a ripararsi nelle loro tane.-
-Seguiti?-
-Sì, ma stai tranquillo, erano solo sentinelle. Non ci avrebbero attaccati, soprattutto dopo che ne ho ucciso uno.-
La pioggia continuava a cadere e il temporale si andava intensificando.
-Per stanotte dormiremo qui.- Disse Ollerus.
-Non è pericoloso?- Chiese Alessio, adocchiando il fuoco che dall'esterno doveva essere ben visibile.
-No, non si avvicineranno. Non finchè piove, almeno. Il temporale durerà tutto il giorno e tutta la notte credo, e domani ci metteremo in marcia non appena smette.-
-Siamo ancora lontani dal tuo accampamento?-
-Non molto. Ancora mezza giornata di cammino.-
Ollerus aprì una bisaccia e ne estrasse due pezzi di carne secca e ne diede uno ad Alessio, poi tirò fuori un tozzo di pane e lo divise. Bevve un sorso dalla borraccia, la passò ad Alessio che diede un sorso, poi mangiarono. Alessio si scoprì affamato e mangiò con gusto.
-Dormi se vuoi, hai l'aria di uno che non ha avuto una buona giornata.- Disse amichevolmente Ollerus, ed Alessio gli fu grato. Sfinito si sdraiò e prese subito sonno.
Sognò il mare. Era in piedi sul bagnasciuga e lasciava che la risacca gli facesse sprofondare poco per volta i piedi nella sabbia. Mentre ascoltava il lento suono delle onde il suo cuore piano piano si riempiva di calma e tranquillità. Ma ecco che all'orizzonte comparve una grande vela. E la vela si avvicinava, sempre di più, diventando imponente, angosciante. Era una nave enorme, di legno, spinta da remi grossi come sequoie. Il vento portava alle sue orecchie i gemiti di fatica dei marinai e il suono cupo e ritmico di un tamburo. Quando la nave fu abbastanza vicina Alessio riuscì a vederne la polena. Il legno finemente intagliato riproduceva un lungo collo squamoso che si incurvava leggermente prima di culminare in una spaventosa testa di drago. Gli occhi erano minacciosi e dipinti di rosso, mentre la lingua era un lungo serpente dalle fauci aperte. Alessio ne fu dapprima turbato, poi volle solo fuggire, ma i suoi piedi erano sprofondati così tanto che non riusciva a muoversi. Era ancorato alla spiaggia e la nave continuava ad avvicinarsi.
Con non poca fatica, come se stesse riemergendo da una fitta nebbia, Alessio si svegliò. Ancora intontito sentì il rumore della pioggia, ma sopra di esso una voce dolce e raccolta cantava una canzone. Riuscì ad afferrarne solo i versi finali:
...come giglio di fiume il manto aveva,
d'argento splendevan le corna del cervo.
Ydalir lo vide, a gran voce chiamava:
-Dimmi amico cervo, dove mi trovo?
Lesto e regale il cervo s'incamminò
lì dove è fitto e buio il bosco.
-Seguimi Ydalir, ti porterò
al tuo giusto seggio, che ben conosco.
Così andaron per boschi e per valli
uomo e cervo insieme, l'un dietro l'altro.
Giunsero infine agli alti cancelli
del cielo, ov' Ydalir splende come astro.
Alza gli occhi e vedrai
Cervo e Cacciatore.
Ollerus tirò una boccata da una corta pipa e sospirò, poi sembrò accorgersi che Alessio si era svegliato:
-Scusami, non volevo disturbarti.-
-No.- Rispose Alessio. - Era una bella canzone.-
-E' una canzone adatta a giornate come questa. Tira su il morale.-
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