Contatore

venerdì 20 agosto 2010

Catturato

-Devi vederlo con i tuoi occhi!- Gli gridò Claudio da sopra le spalle. Stava correndo verso il cancello ed Alessio gli teneva dietro senza troppa convinzione. Non riusciva a notare nulla di anormale, né nel giardino né sulla strada che scorgeva oltre la siepe di rose.
Claudio afferrò una sbarra del cancello, sospirò e si voltò verso Alessio, con una strana luce negli occhi. Senza ulteriori chiacchiere aprì.
-Quindi?- Chiese Alessio scettico. Oltre il cancello c'era la normalissima strada di sempre, non notava nulla di anormale. Un uomo in bicicletta passò senza troppa fretta, accorgendosi di loro solo in parte e degnandoli di una fugace occhiata.
-Avvicinati.- Rispose Claudio.
Alessio fece un passo avanti, poi un altro e si fermò. Gli era sembrato di scorgere qualcosa oltre il cancello, una specie di fluttuazione nell'aria. Scosse la testa per snebbiare la vista, poi si avvicinò ancora un po'. Due metri dal cancello. Un metro. La strada sparì. Accadde in un attimo: un momento prima aveva di fronte a se l'asfalto, la casa dei vicini, le automobili parcheggiate. L'attimo dopo Alessio guardava incredulo alberi, arbusti ed uno stretto sentiero. Rimase fermo a bocca aperta, incapace di parlare.
-Se torni indietro di un passo torna la cara vecchia strada.- Gli disse Claudio.
-Come... cosa sta succedendo?
-Non ne ho idea, ma fa impressione vero?
-Già...- Disse Alessio affascinato. Poi realizzò: -Come facciamo ad uscire?
-Non lo so, ma abbiamo qualcuno in cantina che forse può rispondere a questa domanda.
-Sì... in latino...
-Tu gli hai parlato no?
-A gesti. Dio mio, guarda quegli alberi, sembrano veri.
-Lo sono Ale. Il vento muove le foglie, si sentono i rumori del sottobosco e se fai attenzione puoi annusare l'odore dei funghi. E' tutto vero.
-Ho un dizionario di latino in quegli scatoloni, forse possiamo farci capire un po' da quel... ascolta, se è cresciuto un bosco fuori di casa, non è poi così strano che quello sia davvero Romolo, non trovi?-
Non ci fu bisogno di rispondere. I due tornarono verso casa e prima di entrare Alessio si guardò alle spalle: la strada era di nuovo lì, placida, immota ed irraggiungibile.
Poco dopo erano nella libreria. I due cercarono in silenzio tra gli scatoloni, entrambi assorti nei loro pensieri e restii ad esprimere a parole ciò che provavano. La prigionia e la sensazione di claustrofobia dovuta all'impossibilità di uscire di casa si contrapponevano allo stupore e alla curiosità, all'euforia della scoperta, al gusto del nuovo. Ma era difficile, quasi impossibile capire quale sensazione avesse il sopravvento e per questo motivo lavorarono con molto zelo, nel tentativo di soffocare la confusione e l'angoscia opprimenti.
Quando infine Claudio trovò il dizionario, le loro menti si snebbiarono per dare spazio alla preoccupazione, se non alla paura del dover affrontare l'uomo che era legato in cantina. Romolo, o qualunque fosse il suo vero nome, li spaventava. Era un uomo misterioso ed aveva un aspetto quanto mai indomabile.
-Che facciamo se si è slegato?- Chiese Claudio.
Alessio si limitò a stringersi nelle spalle e senza ulteriori parole uscì in corridoio. Claudio lo seguì fino in cucina, dove si accedeva ad una piccola porta di legno che dava direttamente sulle scale della cantina. Una volta varcata la porta, Alessio allungò la mano per premere l'interruttore ma Claudio prontamente gli afferrò il polso e con un cenno della testa gli fece capire che era meglio non annunciare il loro arrivo. Scesero al buio e quando arrivarono in fondo alle scale si fermarono per far abituare gli occhi. Dopo pochi secondi riuscirono a distinguere le sagome delle casse d'acqua lungo il muro più vicino a loro, poi gli scaffali zeppi di cianfrusaglie. Un forte odore di polvere pizzicava le narici, e più a fondo con un po' di attenzione si riusciva a distinguere il profumo del vino lasciato ad invecchiare.
Al centro della cantina si ergeva una colonna. Era lì che avevano legato l'uomo che chiamavano Romolo. Quando Alessio riuscì a distinguerne la sagoma il suo battito accelerò. Azzardò qualche passo all'interno della cantina, verso la colonna, tutti i sensi all'erta.
Ma non appena fu abbastanza vicino vide chiaramente che l'uomo era ancora lì dove lo avevano lasciato. Non aveva modo, al buio, di accertarsi che le mani fossero ancora legate, ma si accorse che aveva la testa chinata sul petto, come se fosse addormentato.
-Accendi la luce, Claudio.-
La cantina si illuminò ed Alessio fu per un istante abbagliato. Romolo era per terra, con il capo chino, ma non dormiva. Piuttosto aveva l'aspetto di un uomo sconfitto e rassegnato.
Alessio ne provò un piacere che non conosceva. Afferrò una sedia e la mise di fronte al prigioniero. Si sedette, lo guardò per qualche secondo e poi esclamò:
-Alza lo sguardo. Guardami!-
Romolo levò molto lentamente il capo e fissò Alessio negli occhi, ma subito distolse lo sguardo. Aveva i lineamenti scolpiti e la pelle abbronzata come quella dei contadini che lavorano sotto il sole per tutta la giornata. I capelli scurissimi erano lunghi fino alle spalle, sporchi ed arruffati. Nella barba incolta erano incastrati piccoli rametti e foglie secche. Gli occhi neri come due pozzi profondi erano lucidi di rabbia, ma anche di vergogna.
Alessio non aveva più paura. Aveva sconfitto quell'uomo, glielo leggeva negli occhi, e si sentiva potente. Ora provava solo una grande rabbia verso la persona che riteneva responsabile della sua prigionia e riusciva solo ad immaginare come si dovesse sentire Romolo, prigioniero di un prigioniero.
-Passami il dizionario Claudio, vediamo di cavargli fuori qualche risposta.-
Era dai tempi del ginnasio che non traduceva più dall'italiano al latino. Scoprì che non era cosa facile ed oltretutto non sapeva neppure se la lingua di quell'uomo era propriamente quella di Cicerone. Provò varie frasi alle quali Romolo non rispose, continuò a tentare e tentare ma il suo prigioniero sembrava non capire. Alessio iniziò ad innervosirsi.
-Rispondimi!- Gli urlò in faccia esasperato. Romolo per la prima volta lo guardò negli occhi e pronunciò poche parole dal suono gutturale, poi tornò a guardare il pavimento.
Alessio si lasciò andare contro lo schienale della sedia, stanco e sconfortato.
-Non ce la faccio Claudio.- Disse. L'amico non rispose. Alessio lo guardò, in piedi di fianco a lui che fissava a bocca aperta Romolo.
-Che c'è?
-Io...- balbettò Claudio -io... io lo capisco...-
-Che significa che lo capisci?- Chiese Alessio.
-Ho capito... quello che ha detto... - Rispose Claudio.
-Capisci il latino?
-No... o forse sì... no, io non l'ho mai studiato il latino. Comunque non ho tradotto. Ho proprio capito! E' stato come se mi avessi parlato tu, non ho dovuto neppure concentrarmi. Le parole mi sono arrivate e basta. Ha detto che non stai parlando nella sua lingua, comunque.
-Va bene...- Annui sorpreso Alessio. -Pensi di riuscire a parlargli?
-Non lo so, non so che lingua usare.
-Prova a parlargli normalmente. Magari lui capisce te.
Claudio tirò un sospiro e si sedette a sua volta sulla sedia che Alessio gli stava cedendo. Gli chiese la cosa più banale che gli venisse in mente: come si chiamava. L'uomo rispose “Romolo” senza guardarlo negli occhi.
-Mi ha capito, sembrerebbe!- Disse raggiante Claudio rivolto ad Alessio.
L'amico lo stava fissando incredulo:
-Certo che ti ha capito: hai parlato la sua lingua!
Claudio incominciò l'interrogatorio.
-Ti farò qualche domanda, Romolo, hai intenzione di rispondere sinceramente?
-Non ho nulla da nascondere.- Rispose l'uomo.
-Benissimo, iniziamo con la questione più importante: da dove vieni?
-Da nessuna parte, io non mi sono mosso.
-Quindi dove pensi di essere?
-Il luogo in cui mi trovo non ha nome, è solo un luogo di sofferenza.
-Cos'è il cerchio che hai solcato nel giardino?
-La mia città.
-Perchè lo hai fatto?
-E' l'unica cosa che mi resta. Dov'è Remo?
-Faccio io le domande. Perchè oltre il cancello c'è un bosco?
Romolo non rispose. Levò gli occhi su Claudio con uno sguardo interrogativo e stupito allo stesso tempo, poi mormorò qualcosa a voce troppo bassa per poterla sentire.
-Hai detto qualcosa?
-No. Solo... forse ce l'ho fatta... forse sono tornato...
-Tornato?
Ma Romolo non aprì bocca.
-Romolo, dimmi, come facciamo ad uscire di qui?
Il prigioniero continuava a scuotere la testa frastornato. Passarono secondi interminabili, la domanda fatidica che aleggiava nell'aria. Alessio non osava chiedere cosa stesse succedendo, timoroso di rompere l'equilibrio che si era formato tra i due uomini che aveva di fronte e che parlavano una lingua a lui sconosciuta. A volte riconosceva qualche parola grazie alle sue reminiscenze di latino, ma per il resto era tutto incomprensibile.
Gli occhi di Romolo parvero snebbiarsi, e come se nulla fosse successo disse con voce chiara e forte:
-Se c'è un cancello, da qualche parte porterà. L'unico modo per uscire è camminare, non trovate?
Claudio sorrise ed annuì.
-Un'ultima cosa, Romolo. Che lingua stiamo parlando?
-E' la parlata di Alba Longa.
-E per quale motivo io ti capisco?
-Evidentemente vieni da lì. Ora lasciami solo, sono stanco.
Claudio si alzò dalla sedia con la fronte aggrottata. Era molto confuso, ma dopo un attimo di riflessione riferì tutta la conversazione ad Alessio, il quale ne rimase anche più interdetto. Claudio pensava soprattutto all'ultima risposta che Romolo gli aveva dato. Non aveva mai e poi mai studiato la lingua di Alba Longa, non sapeva nemmeno se qualcuno lo avesse mai fatto. E di sicuro non era mai stato nell'antica città. A meno che...
-Alessio, è possibile che io capisca Romolo perchè sono passato dall'altra parte. E' assurdo, lo so, ma cosa non lo è oggi? In fondo, l'unica differenza tra me e te è che io sono entrato nel bosco e tu no.-
-Cosa significa che tu sei entrato nel bosco? Vuoi dire che hai varcato il cancello?
Claudio annuì mesto e raccontò ad Alessio di come mentre si avvicinava all'uscita per chiudere l'auto tutto gli sembrava normale. La strada era ancora al suo posto, niente faceva presagire quello che sarebbe successo di lì a poco. Stava ancora pensando alla scazzottata quando era passato dall'altra parte, ed era rimasto sconvolto quando affacciatosi fuori si era ritrovato nel bosco a guardare le foglie, ad annusare l'erba, a sentire sulla pelle l'umidità del sottobosco. Ricordò di come avesse avanzato qualche passo sul terreno ricoperto di foglie secche in decomposizione e di come si era sentito perso non appena la concretezza del luogo lo colpì come un pugno nello stomaco. Era terrorizzato perchè si trovava in un posto sconosciuto, con il suo senso dell'orientamento tremendamente sconvolto eppure con in testa il pensiero che non poteva essere, no, un bosco non appare in due secondi. Quando si era girato per tornare indietro fu con gioia che vide il cancello, ed oltre al cancello il prato, ed oltre il prato la casa dei nonni di Alessio. Ma ai lati del cancello non c'era la siepe, c'era ancora il bosco.
-Così lo varcai in fretta, temendo che sparisse da un momento all'altro.- Concluse Claudio.
Alessio era molto stanco. Aveva solo voglia di sdraiarsi sul letto e cercare di organizzare le idee. Propose a Claudio di finirla con l'interrogatorio, di lasciare Romolo legato alla colonna e di rimandare al giorno seguente ogni decisione. Avrebbero anche potuto consultare i libri, ma riponeva in essi scarsa fiducia. Per quanto ne sapeva, non era mai successo qualcosa del genere a nessun altro oltre a loro. Ma tentar non nuoce, e comunque di certo non potevano fare molto per uscire di casa. Avevano solo il consiglio di Romolo, ma Alessio era deciso a non oltrepassare quel cancello se non come ultimissima risorsa.
Tornarono in cucina, Alessio mise a bollire un tè e poi andò a preparare la camera degli ospiti. Si muoveva bene in quella casa, avendoci passato buona parte della sua infanzia. Era una casa molto grande e il suo monolocale non reggeva il confronto. Era contento, anche se non lo avrebbe mai ammesso, che sua nonna si fosse trasferita così tanto lontano, lasciando a lui le chiavi di casa finchè non fosse tornata. Ma tutti e due sapevano bene che sarebbero passati molti mesi prima di questa eventualità. C'era anche un altro vantaggio: la lontananza avrebbe scongiurato l'eventualità che sua nonna venisse intrappolata a sua volta nel “cerchio di Romolo”.
Dopo il tè e dopo aver salutato Claudio, Alessio andò a coricarsi nella camera che fu di sua madre quando era ancora bambina. Non se la sentiva di dormire nel letto di suo nonno.
Si addormentò dopo molto tempo, perchè i suoi pensieri tornavano incessantemente sul cancello e su Romolo, legato nella cantina. L'aver sequestrato un uomo, chiunque egli fosse, lo metteva a disagio. E poi c'era il dettaglio della prigionia, con l'aggravante che l'unica via d'uscita portava nell'ignoto.
L'ultimo pensiero prima di addormentarsi fu per suo nonno.
Sognò di essere di fronte allo specchio a radersi la barba cantando Volare, ma quello che vedeva non era il suo riflesso, ma foglie mosse da una lieve brezza.

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