Contatore

venerdì 20 agosto 2010

Caccia alla volpe

Foglie, rami, alberi ovunque Alessio guardasse. Di fronte a lui sembrava diramarsi un sentiero tortuoso come un serpente, ma così stretto e così poco accennato che poteva benissimo essere solo la pista di qualche animale.
Calcolò che fossero passati una ventina di minuti da quando aveva liberato Romolo, quindi erano più o meno le undici della mattina. Per fortuna aveva tutta la giornata davanti prima che facesse buio. Si volse verso il sentiero e mosse il primo passo all'interno del bosco, ma non fece molta strada prima che una strana sensazione di ansia lo assalisse. Pensava a quanto grande poteva essere il bosco, a quali animali poteva celare, a dove il sentiero lo avrebbe portato. L'ignoto lo spaventava e gli paralizzava le gambe. Era come una vertigine, gli sembrava di essere sul ciglio di un burrone e di osservare il vuoto sotto di sé. Chiuse gli occhi, trasse un lungo respiro e lo trattenne contando fino a cinque. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Rilasciò l'aria in un lento sospiro, aprì gli occhi e si addentrò tra gli alberi.

L'umidità era altissima e i vestiti gli si appiccicavano al corpo. Dopo un'ora di cammino la sua fronte era imperlata di sudore e i jeans gli sfregavano sulle cosce. Le scarpe, che non erano adatte a camminare per lunghi tratti, iniziavano a fargli male in punta e a tagliargli i talloni. Il peggio era che il paesaggio non sembrava cambiare per nulla. Iniziò a temere di star girando in tondo. Dopo la prima mezz'ora di cammino il sentiero era sparito ed Alessio aveva dovuto farsi largo tra i rami che gli ostruivano il passaggio. Si era tagliato le mani e graffiato gambe e braccia, ma ogni sforzo sembrava inutile. Lo sconforto lo stava per sopraffare di nuovo quando finalmente gli alberi si diradarono ed Alessio si ritrovò in una radura. Era poco più che uno spiazzo erboso, un luogo in cui le piante non avevano ancora preso il sopravvento. Il sole penetrava tra le fronde dando all'erba un colore ambrato e rivedere la luce dopo tanta penombra gli fu leggermente di conforto. Si sedette per terra a riposare. Aveva il fiatone, il sudore gli faceva bruciare gli occhi e i tagli gli facevano male. L'umore non era dei migliori.
Si chiese se anche Claudio fosse passato di lì, ma gli sembrava improbabile: il bosco era così grande che il suo amico poteva aver preso qualsiasi direzione. Ma mentre era assorto nei suoi pensieri qualcosa per terra attirò la sua attenzione. Aveva visto con la coda dell'occhio un luccichio, come di un oggetto metallico che riflette la luce del sole. Si mise a cercare scostando le foglie col palmo della mano, finché non urtò qualcosa di piccolo e freddo. Era un accendino molto arruginito. Lo raccolse e lo rigirò tra le mani per un po', ammirando il disegno delle incisioni che riproducevano una fiamma. Claudio aveva smesso di fumare due anni prima ma gli aveva sentito dire qualche volta che per scaramanzia portava sempre nella giacca un pacchetto di sigarette ed un accendino, in caso di necessità. Poteva non essere una prova, poteva darsi che un cacciatore distratto fosse passato di lì e avesse perso l'accendino. Ma la piccola speranza di aver preso la giusta direzione sulle tracce dell'amico era ciò di cui aveva bisogno per proseguire.
Lasciò la radura a malincuore e ricominciò a camminare. Non passò molto tempo che Alessio sentì un rumore affievolito provenire da poco più avanti. Si fermò per non coprire il suono con i suoi passi e dopo un attimo di concentrazione riuscì a percepirlo di nuovo. Era il suono di un ruscello, o di un fiume. Era ancora lontano e per questo non riusciva ad intuirne la portata. Si incamminò in direzione dello scroscio, accelerando il passo. Man mano che avanzava il rumore si faceva sempre più forte ed insistente. Ormai non aveva dubbi, doveva essere un fiume, e probabilmente era anche in piena. Aumentò ancora di più l'andatura, poi si mise a correre tra gli arbusti, spostando freneticamente i rami. Il bosco digradava dolcemente in un lieve pendio e gli alberi si facevano sempre più radi. Il tappeto erboso lasciò presto il posto a terra umida ricoperta di aghi di pino. Ormai il cammino era molto più agevole ed il rumore sempre più forte.
Superò l'ultimo gruppo di alberi e si ritrovò a correre sulla roccia. Di fronte a se, a duecento metri da dove si trovava vide finalmente l'acqua. Era un fiume che tagliava in due la foresta e per superarlo avrebbe dovuto trovare un guado o un ponte, ma pensò che questo fosse positivo, perchè se avesse trovato il ponte avrebbe trovato anche la strada, o almeno un sentiero. Una volta sulla strada avrebbe potuto fare l'autostop e raggiungere il primo paese, fare una telefonata e chissà, magari trovare Claudio comodo e riposato al fresco di una qualche camera d'hotel. Raggiunse la sponda del fiume e si abbassò a rinfrescarsi la faccia. Bevve anche un sorso d'acqua fresca e limpidissima. Sul fondo vide piccoli pesci nuotare in favore della corrente, sfiorando le rocce che affioravano in superficie. Tolse le scarpe e sciacquò i piedi doloranti.
La carezza dell'acqua sulla pelle nuda era molto rilassante ed Alessio si sedette sulla riva rocciosa per godere di quell'attimo di pace idilliaca. Notò che lungo tutta la sponda crescevano ciuffi d'erba e tra questi spuntava coraggioso qualche giglio bianco. Rimase estasiato dalla loro bellezza e li contemplò a lungo. Ma all'improvviso di fronte a sé, sull'altra sponda, percepì un movimento fugace. Subito si mise a scrutare tra i cespugli e gli alberi, che dall'altra parte arrivavano fino a riva, ma non riuscì a vedere nulla di strano.
-Ehi!- Gridò. -Chi c'è?-
Si tirò in piedi circospetto e gridò di nuovo: -C'è qualcuno? Mi sono perso!-
Niente. Probabilmente aveva visto un animale, pensò. Si chinò a prendere le scarpe, ma proprio allora una figura umana si mosse da dietro un cespuglio e si tuffò silenziosissima tra gli alberi.
-Ehi tu!- Gli gridò dietro Alessio, ma era troppo tardi. L'uomo era già sparito.
“Dannazione” pensò. Si tirò in piedi e calzò in tutta fretta le scarpe, poi si mise a correre esitante lungo la sponda, buttando di tanto in tanto un occhio per cercare di scorgere di nuovo l'uomo. Le rocce erano lisce e scivolose a causa del muschio, ed Alessio continuava a distogliere l'attenzione, preso com'era dall'eccitazione. Fu così che nel momento stesso in cui intravide di nuovo la sagoma dell'uomo dall'altra parte del fiume mise un piede in fallo e cadde rovinosamente in acqua. La corrente lo trascinò per qualche metro al centro dell'alveo e con angoscia si rese conto di non riuscire a toccare con i piedi il fondo. Sapeva nuotare discretamente, ma la profondità gli aveva sempre dato le vertigini. Annaspò per restare in superficie e sputacchiando ed ansimando iniziò a schiaffeggiare l'acqua nel tentativo di portarsi a riva. Con non poca fatica riuscì a portarsi in salvo, e guardandosi intorno spaesato si rese conto che almeno ora non aveva più bisogno di un ponte. Era dall'altra parte, ma dell'uomo neanche l'ombra.
Camminò con i vestiti bagnati per mezz'ora, seguendo la sponda del fiume, sempre deciso a trovare la strada e la civiltà. Mano a mano che procedeva, il fiume diminuiva di portata. Anche gli alberi diradavano, tanto che si trovò a costeggiare una rada sterpaglia. Ora che lo sguardo poteva spaziare, le sue speranze si fecero ancora più vane. Si trovava in una vasta regione, alle sue spalle la foresta, di fronte a sé solo colline. L'unico elemento che staccava la monotonia del paesaggio era la lunga striscia del fiume, che serpeggiava per miglia, ma di strade non ne vedeva. Il sole era alto in cielo, e faceva caldo, anche se all'orizzonte si vedevano distintamente dei grossi nuvoloni neri, carichi di pioggia.
Alessio decise che seguire il fiume non era più necessario, ora che non correva più il rischio di perdersi tra gli alberi. Anzi, la soluzione migliore gli sembrava quella di raggiungere la cima di una delle colline, sperando di avvistare qualcosa o qualcuno dall'alto. Fu così che si staccò dal corso del fiume ed iniziò a camminare in salita. Ancora una volta si trovò in difficoltà con le scarpe, che avendo la suola liscia più volte slittarono sui ciottoli e tra l'erba, ma non fu una dura scalata, piuttosto un'aspra passeggiata. In cima venne investito da un vento gelido, che a valle non aveva potuto sentire perchè riparato dalla collina stessa. Si fece scudo agli occhi con la mano aperta e guardò preoccupato il cielo. Le nuvole, spinte dal vento, si facevano sempre più vicine e minacciose, e tutt'intorno non riusciva a scorgere un possibile riparo. Si sedette per terra a riposare, e si mise a rimirare il paesaggio, così sconosciuto ma così bello. Le verdi colline sembravano un mare squassato dalle onde, il vento gli scompigliava i capelli e portava anche le prime gocce di pioggia.
Ad un tratto sentì un cane abbaiare furiosamente. Alessio scattò in piedi e si tese ad ascoltare. Sentì di nuovo il latrato e poi un suono sordo e profondo che non riconobbe. Subito dopo sulla cima di una delle colline che gli si stagliavano di fronte fece capolino la figura lontana di un uomo in corsa, che in men che non si dica valicò la vetta e caracollò giù dal versante. Alessio prese ad agitare freneticamente le braccia saltando sul posto:
-Ehi! Sono qui! Da questa parte!-
Ma l'uomo correva come se avesse il diavolo alle spalle e continuava a girarsi per guardare dietro di sé. Non era giunto neanche a metà della discesa che da oltre la cima apparve un grosso cane lanciato all'inseguimento del fuggiasco. Il cane latrava così forte che Alessio si tappò le orecchie mentre guardava atterrito la bestia che guadagnava terreno ad ogni falcata. L'uomo era arrivato alla fine della discesa e ora correva in piano con passo più sicuro. Arrivato ai piedi della collina sulla quale si trovava Alessio prese senza indugio a salire. Ora che era più vicino Alessio potè notare che l'uomo era vestito di cuoio e sul capo portava un cappuccio che gli nascondeva il viso, ma la sua attenzione venne meno non appena sentì di nuovo, molto più distintamente, lo strano rumore di prima. Portò svelto lo sguardo alla cima della collina da cui erano arrivati uomo e cane, e spalancò la bocca stupito, incapace di emettere un fiato. Era il suono di un corno, quello che sentiva, e il corno era suonato da un cavaliere che montava un possente cavallo sauro. Il cavaliere si assestò sulla sella, diede un violento strattone alle redini e si lanciò velocissimo giù dalla collina.
Il fuggitivo lanciò un urlo di disperazione che attirò di nuovo l'attenzione di Alessio. E fu un bene perchè giunto a pochi metri di distanza da lui spiccò un balzo in avanti con le braccia tese verso Alessio, che lo evitò goffamente, andando a finire seduto per tra l'erba alta. L'uomo perse l'equilibrio, cadde e subito tentò di rialzarsi, ma il cane lo raggiunse e si abbattè su di lui con tutto il suo peso, schiacciandolo a terra. L'uomo ruggì di rabbia e roteando il busto sferrò un pugno al cane mandandolo a finire poco lontano.
Alessio lo guardò alzarsi e muovere qualche passo barcollante. Il ginocchio gli cedette per un istante e sembrò cadere di nuovo, ma ritrovò l'equilibrio e si mise di nuovo a correre, esitante. Alessio sentì l'aria muoversi alle sue spalle. Il cavaliere gli sfrecciò di fianco, vicinissimo. Riuscì a vedere i finimenti della sella, gli stivali di cuoio del cavaliere, il sole che si rifletteva nell'acciaio sporco di fango della sua corazza. Osservò con sgomento che nella mano sinistra impugnava una lancia. Vide che il braccio si alzava, che le dita si chiudevano in una migliore impugnatura. Il cavaliere soppesò l'arma, caricò il tiro ruotando il busto ed inarcando le spalle ed infine scagliò.
La lancia penetrò nella schiena del fuggiasco come se fosse burro. Il cavallo lo sorpassò mentre l'uomo si ostinava a muovere ancora qualche passo verso una salvezza ormai vana. Il cavaliere tirò le redini e fece girare il cavallo giusto in tempo per fronteggiare il morente, che cadde disteso con la faccia nell'erba.

Nessun commento:

Posta un commento