Alessio Lupi fece una lunga pausa alla cornetta. Nella sua testa stava cercando il modo migliore per dire al suo amico ciò che stava osservando proprio in quello stesso momento fuori dalla finestra. Non era cosa facile, dal momento che anche lui stentava a crederci. Anche se i suoi occhi erano buoni e la sua mente lucida, più guardava e più si convinceva di essere impazzito.
Si fece coraggio e pronunciò la frase tutta d'un fiato:
Un mese prima il nonno di Alessio era morto. Perdere una persona così importante nella sua vita fu davvero un duro colpo. Quando era ancora un bambino non perdeva occasione per andare a trovare il nonno, soprattutto per ascoltare i fantastici racconti che gli decantava. Grazie a lui imparò a leggere molto presto, scoprendo che le storie scritte su carta avevano un sapore tutto diverso da quelle raccontate dalla voce tonante del nonno, un sapore caldo ed intimo. Prese subito l'abitudine di rintanarsi nella vasta libreria del nonno, che aveva un fascino particolare per un bambino con una spiccata fantasia come quella di Alessio. Più cresceva, più le discussioni tra i due diventavano uno scambio di pareri ed opinioni. Discorrevano di tutto: storia, politica, religione, filosofia, musica. Ma l'argomento che Alessio preferiva era la mitologia. Le grandi saghe epiche e i racconti fantastici lo facevano sognare ad occhi aperti.
I due avevano un rapporto particolare: Alessio era il primo dei nipoti ed era l'unico che mostrasse un così grande interesse per la letteratura. Fu per questo motivo che ricevette in eredità tutti i libri della libreria.
Il giorno in cui tutto cambiò, Alessio si trovava proprio lì, tra gli scaffali. Stava riempiendo degli scatoloni per poi trasportarli nel suo appartamento. Aveva appena finito di inscatolare l'ultimo volume e si era fermato stanco e malinconico ad osservare la stanza che appariva ora così vuota. I ripiani impolverati erano nudi e la solida scrivania di mogano lucido dava l'impressione di essere più piccola senza l'ingombro di scartoffie, lampade, tagliacarte, penne e posacenere. Tutti i quadri erano stati tolti e riposti in cantina. I paesaggi sconfinati che vi erano raffigurati si sposavano perfettamente con le storie che leggeva proprio lì, sulla grossa poltrona bordeaux. Alessio stava pensando seriamente di appropriarsi anche di quelli, piuttosto che lasciarli ad ammuffire in un angolo buio. L'unica cosa che rimaneva appesa era una maschera di legno intagliato, proveniente da uno dei tanti viaggi di suo nonno, probabilmente dall'Africa. Non gli era mai piaciuta quella maschera, anzi, quando era piccolo ne era terrorizzato ed anche ora provava disagio, quasi come se quelle orbite intagliate lo fissassero e lo giudicassero.
Alessio si passò una mano tra i capelli ricci e si lasciò cadere sulla poltrona. Sua nonna, che aveva paura a vivere sola in una casa così grande, era andata ad abitare temporaneamente nel suo paese natale con la sorella e lui ne aveva approfittato per mettersi al lavoro. Per tutto il tempo che aveva passato lì dentro, più di quattro giorni di continuo lavoro, aveva sempre impegnato la mente con titoli, autori ed editori. Ora invece percepì il silenzio che albergava in quella casa. I corridoi erano bui, le camere vuote. Il silenzio era assordante.
Alessio si passò una mano tra i capelli ricci e si lasciò cadere sulla poltrona. Sua nonna, che aveva paura a vivere sola in una casa così grande, era andata ad abitare temporaneamente nel suo paese natale con la sorella e lui ne aveva approfittato per mettersi al lavoro. Per tutto il tempo che aveva passato lì dentro, più di quattro giorni di continuo lavoro, aveva sempre impegnato la mente con titoli, autori ed editori. Ora invece percepì il silenzio che albergava in quella casa. I corridoi erano bui, le camere vuote. Il silenzio era assordante.
Ricordava come quasi vent'anni prima un bambino fantasioso disegnava sul grande tavolo della cucina, aspettando che sua nonna finisse di cucinare. Lei faceva tintinnare le pentole, gli raccontava pettegolezzi, era tutta indaffarata ed allegra. Dal grande pino marittimo che stava in giardino a volte si sentiva un cuculo emettere un richiamo, dalla strada l'ombrellaio attirava le donne fuori dalle case con un megafono leggermente ronzante. Si sentiva nell'aria odore di sugo, di vino e di pasta, ma su tutto prevaleva l'aroma di fresco e di bucato. Alessio disegnava e colorava tutto assorto finchè non sentiva dal corridoio un attutito colpo di tosse, poi un altro:
-Si è svegliato il nonno!- Gridava emozionato.
-Sì Alessio, presto allora, apparecchia!- Rispondeva la nonna. E Alessio si dava un gran daffare, perchè voleva che il nonno fosse contento e gli raccontasse tante nuove cose. Mentre metteva giù i bicchieri chiedeva per la millesima volta:
-Ma perchè il nonno si sveglia a mezzogiorno?
La risposta era sempre la stessa:
-Il nonno si sveglia tardi perchè si addormenta a notte fonda.
-A che ora?- Incalzava Alessio. Sapeva già la risposta, ma ogni volta lo faceva rimanere a bocca aperta.
-Alle tre, alle quattro, dipende!- Rispondeva divertita la nonna.
-E come mai?
-Perchè il nonno legge tanto, Alessio, altrimenti cosa ti racconta quando vieni a mangiare da noi? Però mi raccomando, non stancarlo oggi, lo sai che si fa trasportare! Poi si agita e per il cuore non va bene!-
Alessio conosceva a memoria i tempi del nonno, e stava in ascolto per tenersi pronto. Prima i passi in corridoio, un po' lenti ed assonnati. Poi la porta del bagno che si chiudeva, dopo poco lo sciacquone e lo scrosciare dell'acqua nel lavandino, qualche gargarismo e poi iniziava a radersi la barba. Alessio lo capiva perchè il nonno cantava mentre lo faceva. Aveva una voce profonda ed intonata. Cantava “Volare” e la chiamava -la mia canzone da barba-.
Finito il rituale attraversava il corridoio:
-Vooooolaaare... Ooooohhh oooh...
-Arriva il nonno arriva il nonno!
-Caaaantare... Oh oh oh oh!
-Eccolo che arriva nonna presto con i piatti!
-Nel blu dipinto di blu! Felice di stare lassù! Con... Te!
-NONNO!
Un uomo molto alto, imponente, con il viso severo ma gli occhi dolci e pieni di allegria si palesava sorridente in cucina, incorniciato a fatica dagli stipiti della porta. La pancia era tonda e tesa per il buon cibo.
-Forza, dammi un bacio che mi sono lisciato tutto apposta per il mio nipotino preferito!-
Era davvero liscio e profumato. L'odore della pelle del nonno lo avrebbe accompagnato per tutta la vita ed il bacio sulla guancia fu un'usanza che non si estinse mai, se non con la sua morte. Ogni volta che lo andava a trovare, ancora prima di dirgli un “ciao”, gli depositava sulla guancia un bacio. Lo aveva baciato anche quando oramai era incosciente, un mese prima.
Questi ricordi così contrastanti con il silenzio imperante lo travolsero come un fiume in piena e le lacrime gli uscirono dagli occhi asciutti senza che lui se ne accorgesse. Pianse per parecchi minuti, fino a che non si accorse che il silenzio non era più così totale. Dapprima credette di star ascoltando i propri singhiozzi, ma poi si rese conto che il suono proveniva dal giardino.
Si accostò alla finestra e guardò fuori. Sembrava tutto normale ma...
...vicino al pino c'era un uomo che con un grosso bastone appuntito solcava il terreno. Non lo aveva notato subito perchè i suoi vestiti erano così sporchi che si confondeva con la vegetazione. Era a piedi nudi, aveva i capelli incolti e la muscolatura tonica.
-Scusa, puoi ripetere?- Chiese perplesso Claudio Varreno.
-Ho detto che ho in giardino il dannatissimo Romolo che sta fondando la sua città.
-Alessio ti senti bene?
-Secondo te? Ascolta, non so cosa mi prenda, sarà la stanchezza, sarà il trauma per la morte di mio nonno, ma io ho le allucinazioni e ti sto chiedendo di venirmi subito a prendere, perchè da solo io da qui non mi muovo.
-Va bene, va bene arrivo, ora stai calmo. Alessio non potrebbe essere semplicemente un vagabondo? Non capisco perchè devi pensare ad un'allucinazione... e poi perchè diamine ti sei messo in testa che sia proprio Romolo!?
-Me lo ha detto lui.- Rispose Alessio.
-Sei andato a parlare con la tua allucinazione?
-Stupido, pensavo anche io che fosse un vagabondo! E poi gli ho parlato dal balcone...
-Ok, ok, ma non cambia: è un vagabondo matto con manie di grandezza.
-Parla latino.
-Ah...
-Almeno, sembra latino. E se anche fosse un vagabondo, vieni qui ed aiutami a cacciarlo.
- D'accordo, sarò lì tra qualche minuto.-
Alessio si sentì subito confortato quando il campanello finalmente squillò. Era rimasto a controllare l'intruso dalla finestra per tutto il quarto d'ora successivo, ma gli era sembrato che il tempo avesse rallentato enormemente il suo corso. La condizione di assediato in casa propria non gli piaceva per nulla. In quel breve arco di tempo Romolo non era sparito come una bolla di sapone, anzi, si era comportato proprio come una persona normale. Quasi normale. Dopo aver chiuso il suo cerchio solcato nel terreno aveva raccolto qualche ghianda, aveva guardato incuriosito la canna dell'acqua ed annusato i fiori, poi si era seduto in mezzo al giardino. Nel frattempo il sole era calato ed il cielo aveva assunto un bel color rosso violaceo.
Alessio si precipitò fuori dalla porta d'ingresso e si soffermò sul portico, scrutando il cancello e tenendo d'occhio l'intruso. Il suo amico Claudio era lì in attesa che gli aprisse e Romolo non sembrava averlo notato. Con le chiavi in mano, affrettando il passo, si diresse lungo l'acciottolato che attraversava il giardino.
Alessio si precipitò fuori dalla porta d'ingresso e si soffermò sul portico, scrutando il cancello e tenendo d'occhio l'intruso. Il suo amico Claudio era lì in attesa che gli aprisse e Romolo non sembrava averlo notato. Con le chiavi in mano, affrettando il passo, si diresse lungo l'acciottolato che attraversava il giardino.
-Ciao, ora ti faccio entrare.- Disse girando la chiave nella toppa, con la mano che tremava leggermente.
-Non sei un po' cresciuto per gli amici immaginari? Dai, ora ti porto a casa. Certo che questa è proprio strana, forse sarà meglio chiamare un qualche dottore che ti prescriva dei calmanti!- Lo schernì Claudio.
Alessio si sentiva più sicuro ora che era in compagnia. Accennò un sorriso e guardò al centro del giardino, dietro il pino, con la speranza che l'allucinazione fosse sparita. Ma era ancora lì, seduto a gambe incrociate sull'erba, intento a sgranocchiare una delle ghiande.
-Eccolo là il mio “amico”. Claudio ti presento Romolo, Romolo questo è Claudio.- Disse con sarcasmo.
-Oh...- esclamò Claudio.
-Oh?- chiese Alessio.
Claudio si era spostato dall'acciottolato e stava procedendo attraverso il prato, con passo circospetto.
-Alessio, io la tua allucinazione non posso vederla, giusto?
-Cosa vuoi dire?-
-Voglio dire: io non posso vedere un uomo seduto per terra, con i capelli lunghi, i vestiti sporchi e che mangia una ghianda se è una tua allucinazione, giusto?
-Oh mio dio.-
Alessio era allo stesso tempo sollevato ed allarmato. Se da una parte era felice di non essere pazzo, dall'altra era spaventato da quell'uomo e non gli piaceva l'idea di avvicinarcisi. Ora l'uomo si stava alzando da terra e li stava fissando malevolo. Fin troppo malevolo, per i suoi gusti.
-Claudio, se quello è Romolo, ti vorrei ricordare che ha ucciso il fratello per essere entrato nel suo stupido cerchio, ricordi la storia, no?
-Non fare lo stupido Ale, quello è un barbone e ora lo cacc...
Non finì la frase: Romolo abbassò la testa e caricò, colpendo violentemente Claudio nello stomaco. I due piombarono a terra e Romolo con grande agilità si portò sopra l'avversario, con le mani chiuse a pugno sopra la testa, pronto a calarle con forza sul suo cranio. Ma Alessio, destato dallo sgomento iniziale si avventò sull'intruso, buttandolo di nuovo a terra ed immobilizzandogli le mani.
-Fermagli i piedi!- Urlò all'amico. Ma Claudio, ancora stordito, non fu abbastanza veloce e si prese un calcio sul mento.
-Veloce! Fa qualcosa!- Gridò Alessio, che faticava a tener fermo l'uomo, che si dimostrava sorprendentemente forte.
Claudio scosse la testa per snebbiarla e freneticamente si guardò intorno per trovare qualcosa che gli potesse essere utile. A pochi metri sulla sua destra addocchiò un bastone abbastanza pesante, lo afferrò e con la forza della disperazione lo abbattè sul capo dell'avversario.
Romolo perse i sensi e si afflosciò sotto il peso di Alessio. I due amici si guardarono con un misto di terrore e sollievo, poi finalmente rilassarono i muscoli.
-Portiamolo in casa, non possiamo lasciarlo qui.- Disse Claudio.
-No, non lo voglio in casa. E' dannatamente forte, preferisco legarlo in cantina. Poi chiamiamo i carabinieri e spieghiamo tutto.
Trascinarono in cantina l'uomo il più in fretta possibile, con la paura che si svegliasse. Lo legarono e chiusero la porta a chiave.
Tornarono in casa. Claudio disse di aver lasciato l'auto aperta, e che prima di telefonare sarebbe stato meglio andarla a chiudere.
Alessio non riusciva ancora a capacitarsi di tutto ciò che era successo. Il sole era ormai tramontato e fuori il mondo era avvolto nel buio. Non aspettò oltre e decise di chiamare i carabinieri prima che l'amico tornasse. Era tutto un tremito e sbagliò parecchie volte a comporre il numero. Quando infine ci riuscì, si sedette su una sedia e cominciò ad ascoltare distratto gli squilli. Piano piano, squillo dopo squillo, il suo corpo si rilassò. Dall'altro capo dell'apparecchio tardavano a rispondere. Intanto sentì Claudio rientrare dalla porta d'ingresso e chiuderla alle sue spalle. Lo ascoltò percorrere il corridoio ed infine lo vide affacciarsi alla porta della cucina.
Qualcosa non andava, lo notò dalla sua espressione. Intanto il telefono continuava a squillare e Alessio chiese, con espressione interrogativa:
Qualcosa non andava, lo notò dalla sua espressione. Intanto il telefono continuava a squillare e Alessio chiese, con espressione interrogativa:
-Qualcosa non va?
-Attacca il telefono- rispose Claudio. -Non credo che qualcuno possa rispondere.
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