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venerdì 20 agosto 2010

La storia degli orchi

Quella degli orchi era una popolazione seminomade. In origine vivevano in una regione montuosa dell'estremo nord, ma in tempi remoti una serie di lunghe glaciazioni avevano costretto i loro abitanti a mettersi in viaggio in cerca di terre fertili.
Si narra che gli orchi, malnutriti e sull'orlo della rovina, avessero vagato alla cieca e senza uno scopo per molti mesi prima che finalmente uno di loro decise di prendere le redini dell'intero popolo per guidarlo verso la salvezza.

Arrampicatosi fino ad una sporgenza del corno più maestoso del monte Vradar, con voce possente Ruruk figlio di Rork lanciò un ruggito che echeggiò lungo tutto il passo di Mendel, dove il popolo degli orchi si era accampato temporaneamente. La sua voce, forte della passione di un vero re, si elevò sopra l'ululato del vento. In un attimo ebbe gli occhi di diecimila orchi puntati su di lui. Gridò loro di aver visto in sogno una strada sicura che li avrebbe portati a valle, dove avrebbero trovato terre fertili e animali da addomesticare. I più anziani non gli credettero ed espressero in coro la loro protesta. Nessun orco era mai sceso a valle fin dal principio del mondo e nessuno aveva prove certe che sotto le montagne ci fosse vita. Ma i più giovani opposero la loro parola, affermando che se la vita sotto le montagne era un'incognita, la morte su di esse era una certezza. La discussione si protrasse per giorni e giorni, senza che nessuna delle due tesi riuscisse a prevalere sull'altra. Ruruk figlio di Rork decise allora di andarsene da solo, pieno di rabbia verso il proprio popolo. Camminò senza mai sostare per ben dieci giorni e dieci notti. Non dormiva, non mangiava, non beveva. La sua perseveranza fu premiata quando, ormai stremato, si rese conto che le sue gambe non affondavano più nella neve fino alle ginocchia, e che camminare era diventato più agevole. La scoperta gli diede la forza di proseguire. La neve smise di sferzargli la faccia, il clima diventò più mite e finalmente, all'alba dell'undicesimo giorno, giunse ad un prato. Tutt'intorno ondeggiavano placide le giunchiglie. Il giallo intenso dei petali ferì gli occhi scuri dell'orco, abituati al bianco della neve, al grigio del cielo, al verde scuro degli abeti. La neve sciogliendosi dava vita ad un rigagnolo d'acqua fresca e limpida che correva in mezzo al prato. Ruruk ne raccolse un po' affondando le mani callose nell'erba, le portò alla bocca e bevve con un unico lungo sorso. L'acqua, come un filtro magico, rinvigorì il corpo stanco dell'orco, ma non solo. La sua forza di volontà e la sua speranza si riaccesero come un fuoco, tanto che impaziente si girò verso la montagna e tornò indietro da dove era venuto.
Il sole si alzò e si abbassò all'orizzonte per altre dieci volte prima che Ruruk figlio di Rork giunse in vista del passo dove la sua gente ancora litigava. Di nuovo la sua voce echeggiò tra i monti e di nuovo gli orchi volsero lo sguardo all'unisono verso di lui. Ma questa volta Ruruk aveva qualcosa da mostrare loro. Senza una parola estrasse dalla cintura una giunchiglia e stringendola in mano la alzò verso il cielo in modo che tutti, vecchi e giovani, potessero ammirarla.
E fu così che il popolo degli orchi acclamò Ruruk figlio di Rork. Fu così che sotto la guida dell'orco che per primo era sceso dai monti essi si misero in marcia, facendo tremare le rocce sotto il loro passo possente.
Ma un intero popolo non si muove con la velocità di un solo orco. Quando furono passati i dieci giorni promessi da Ruruk iniziò a circolare la voce che il loro capo si fosse perso. Quando ne furono passati venti qualcuno insinuò che Ruruk avesse mentito fin dall'inizio e che il fiore da lui mostrato fosse un trucco bello e buono. Tuttavia molte erano le difficoltà che dovette affrontare Ruruk figlio di Rork, dall'organizzare gli accampamenti al procurare il cibo. Doveva proteggere i vecchi dal freddo ed andare a cercare i giovani incoscienti che si allontanavano e si perdevano. Per fortuna aveva dalla sua parte un gruppo di fedeli amici, forti ed esperti, che lo aiutavano in tutti questi compiti. Non ci volle molto affinché coloro che camminavano in testa, vicini a Ruruk e alla sua scorta di compagni, si accorgessero della maestria del loro capo, che ai loro occhi acquisiva un'aura di magnificenza. La sicurezza di Ruruk e la fedeltà dei suoi amici fecero in modo che in molti iniziarono a chiamarlo, dapprima in segreto e poi a gran voce, Re Ruruk. Per vezzo i compagni di Ruruk iniziarono a catturare alcuni grossi orsi, che a quel tempo abbondavano nei boschi delle montagne del nord. Era più che altro una mera dimostrazione di forza, alla quale Ruruk non partecipava. Una volta catturati, durante le lunghe soste essi scuoiavano le loro prede per poi vestirne le pelli, usando le enormi teste ancora provviste di zanne come cappucci. Gli Orsi del Re vennero chiamati, ed ancora adesso la guardia personale del gran re degli orchi porta quel nome.
Ma quando nelle retrovie giunse la falsa notizia che Ruruk si era autoproclamato re, il malcontento si unì al sospetto dell'inettitudine del loro capo.
Il trentesimo giorno della marcia degli orchi, Ruruk, che camminava in testa sempre più taciturno e solitario, sentì urla e strepiti provenire dalle sue spalle. Si girò e ciò che vide fu la colonna in marcia aprirsi in due ali separate per far passare un drappello di orchi anziani e agguerriti. Il più anziano di essi, che stava in testa al gruppo, raggiunse Ruruk brandendo un bastone, ma immediatamente due degli Orsi si misero di fronte al loro re per difenderlo. Ruruk spazientito li spinse via ringhiando e ordinò al vecchio di parlare. E il vecchi parlò e disse: “Ruruk figlio di Rork, hai strappato alla tua stessa gente la carica di Re degli Orchi con l'inganno, e ora pagherai.”
“Io non ho chiesto di essere chiamato Re, Oren, vecchio stolto.” rispose Ruruk. “E comunque,” continuò, “dovrò pagare la pena per mano tua?”. Centinaia di orchi, tutti quelli che riuscivano ad udire lo scontro, scoppiarono a ridere. Oren invece rimase impassibile e si fece da parte. “Non io, ma lui.” disse indicando con un ampio gesto del braccio un possente orco che si era fatto avanti dal drappello di rivoltosi. Era Rodarek, il fratello di Ruruk.
-Fratello, non essere sciocco, non voglio battermi con te.- Esclamò Ruruk esterrefatto.
-Non puoi tirarti indietro, Ruruk, non di fronte ad una sfida.- Detto questo, Rodarek estrasse dalla cinta un pugnale e strinse il palmo sinistro attorno alla lama. Il sangue iniziò a colare lungo l'avambraccio per poi sgocciolare a terra, macchiando di rosso la neve. A gran passi Rodarek si avvicinò al fratello e tesa la mano sanguinante toccò e macchiò la guancia destra di Ruruk.
-Io ti sfido.-
Ma Ruruk voltò le spalle e fece per riprendere il cammino. Dopo una ventina di passi si accorse che nessuno lo seguiva. Leggeva il disappunto, se non l'indignazione sui volti degli Orsi e per la prima volta si rese conto di come il potere lo appagava. Gli piaceva essere chiamato Re, lo esaltava avere alle sue spalle dei fedeli pronti a difenderlo, pronti a combattere ad un suo ordine. E ora suo fratello gli voleva togliere tutto questo. No, lo stava già facendo, costringendolo a voltare le spalle di fronte ad una sfida. Sapeva benissimo che non avrebbe mai combattuto contro il sangue del suo sangue, e per ciò aveva svolto il rito del sangue. Per metterlo in cattiva luce, per farlo apparire un perdente. Un codardo. Ruruk sentì la rabbia montare, portò la mano alla guancia ed intinse il dito nel sangue di Rodarek. Sfoderò la spada, ne osservò la lama corrosa dal tempo e socchiudendo passò il dito sporco di sangue lungo tutto il filo. Osservò compiaciuto il suo sangue mescolato a quello del fratello scorrere dalla punta all'elsa e poi si voltò. Rodarek era ancora in piedi in attesa, compiaciuto e pronto a prendere il suo posto al comando degli orchi.
-Accetto la sfida!- Ruggì Ruruk. Gli Orsi lanciarono un grido di guerra.
Ancora oggi nelle sere d'inverno, di fronte al fuoco di un camino, i cantori si guadagnano una zuppa calda raccontando della battaglia tra i due fratelli. E i bambini ascoltano con la bocca aperta di come la neve sui picchi più alti, spaventata dal rumore assordante provocato dal cozzare delle spade, si staccasse in enormi valanghe. Combatterono a lungo, e quando le lame persero il filo usarono le spade come randelli. Quando le armi si ruppero fu la volta di denti e zanne, che affondavano nella pelle e nei muscoli. Infine venne il tramonto e i due fratelli si accasciarono stremati nella neve, rossa di sangue tutt'intorno a loro. Non ci fu né vinto né vincitore quel giorno, il giorno in cui iniziò la Guerra dei Fratelli.
***
Per Ufthak tornare al presente fu come venire strappato via da un dolce sogno. Era solito rievocare le leggende del suo popolo mentre aspettava placido che un pesce abboccasse al suo amo. Ormai era diventato un orco vecchio e la sua mente non era più quella di una volta. Gli ingranaggi del suo cervello impiegavano molto tempo per produrre ragionamenti complessi, ma quando si trattava di pesca e di vecchie leggende nessuno poteva superarlo. Sembrava che i ricordi della sua vita svanissero poco a poco per lasciare spazio ai versi di un poema o al nome di un grande re del passato. Pescare gli dava la tranquillità adatta per allenare la mente a scolpire nel marmo della memoria le parole dell'epica. Pescava ogni giorno anche per non pesare su suo figlio, che lo aveva accolto in casa. Ogni sera la sua famiglia poteva godere di pesce fresco e l'aroma che usciva dalla loro capanna faceva invidia ai vicini. Qualche volta dopo cena, se i giochi pomeridiani non avevano troppo spossato i suoi nipoti, si sedeva con una coperta sulle gambe e raccontava una storia. In segreto cercava anche di comporre versi che, sperava, un giorno sarebbero stati declamati ed amati proprio come lui declamava ed amava quelli dei poeti e cantori della sua epoca.
Ebbene quella mattina, proprio mentre nella sua testa risuonavano le urla della battaglia dei due fratelli capostipiti della razza degli orchi, sentì arrivare al galoppo un cavallo. Era ancora ben lontano, ma le sue orecchie erano diventate molto sensibili da quando in una scaramuccia, tanti anni prima, aveva perso l'occhio destro. Ebbe quindi tutto il tempo per prepararsi all'incontro, sicuro che un incontro ci sarebbe stato dal momento che a giudicare dal rumore sempre più forte il cavallo stava venendo dalla sua parte.
Si era preparato ad accogliere lo sconosciuto con una citazione, il saluto che gli Orsi riservavano al proprio re, ma rimase stupito e contrariato quando sull'altro versante del fiume uscì dalla vegetazione il cavallo, ed in groppa ad esso niente meno che un uomo. Con la fronte corrucciata lo osservò reagire alla sorpresa di trovarsi di fronte l'acqua e tirare bruscamente le redini per evitare di finire a mollo. Ufthak si accorse di non essere stato notato, cosa alquanto normale in quanto la sua pelle ingrigita e raggrinzita lo facevano somigliare ad una roccia. Per attirare l'attenzione si schiarì forte la voce, provocandosi così un accesso di tosse.
-Buongiorno!- Salutò dopo essersi ripreso.
-E' strano vedere un uomo da queste parti.-
L'altro, che lottava per riprendere il controllo della cavalcatura, dopo un momento di smarrimento rispose:
-E' strano che un orco mi dia il buongiorno, quelli che ho incontrato finora si limitavano a ridere e a fare commenti sulla mio colorito pallido. Buongiorno a lei!-
Ufthak ridacchiò e disse:
-Deve aver incontrato solo giovani orchi spregiudicati ed ignoranti. Ormai nessun giovane apprezza più la poesia, pensano solo alla caccia. E nessuno pesca più se non qualche orchessa e il vecchio Ufthak qui, così oltre a non avere tempo per le storie spesso non hanno neanche tanto cibo in pancia.
-Deve ammettere però che quella pancia la riempie meglio un cinghiale piuttosto che un pesce.
-Se il pesce resiste al mio amo, taglio la lenza e il pesce scappa. Se il cinghiale sopravvive alla mia freccia, devo scappare io.
-Molto arguto, molto arguto. Le dispiacerà sapere che sta parlando con un cacciatore, ma le garantisco che apprezzo le canzoni e i bei versi.
-Cosa porta qui un cacciatore canterino? E umano per giunta.-
-Devo parlare con il capo della vostra tribù.-
Ufthak si grattò la testa pensieroso, poi con voce stridula esclamò:
-Mi sa che abbiamo un problema.-
-Che genere di problema?- Chiese preoccupato l'altro.
-Il villaggio si trova alle mie spalle, e per raggiungerlo deve per forza attraversare il fiume, la corrente è forte e l'acqua alta. Ponti non ce ne sono.- Poi aggiunse: -Credo.-
Il cacciatore si guardò attorno e dopo una rapida analisi osservò:
-Mi sembra che qui il fiume sia abbastanza basso, il mio cavallo lo attraverserà con facilità.-
-E' escluso, mi spaventerà i pesci!-

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