Ufthak di tanto in tanto lanciava un'occhiata all'altra sponda per controllare cosa stesse facendo l'umano. Era convinto che se ne sarebbe presto andato, ma ogni volta che alzava lo sguardo si stupiva di trovarlo ancora lì, seduto a fissare concentrato la lenza. Dopo un'ora di ostinato silenzio il vecchio orco, scuotendo la testa lo apostrofò:
-Tu, di là! Perché non cerchi un altro punto dove attraversare?
-Questo è l'unico guado che ho trovato, sono giorni che cerco un passaggio.
-Devi proprio essere pazzo.
L'uomo alzò le spalle con sufficienza.
Ufthak ridacchiò. -E perchè non passi e basta? Io sono solo un vecchio, non avrai paura di me!-
L'altro non rispose.
-Come ti chiami figliolo?-
-Ollerus, signore.-
Ufthak annuì, pensando che il nome gli era famigliare, ma non riuscendo a riportare alla memoria dove lo avesse sentito.
-Il mio nome è Ufthak. Ora noi faremo così, Ollerus: ho capito che sei un uomo rispettoso e non vuoi farmi un torto. Ma vedi, dubito che un pesce abboccherà tanto presto. Se per passare mi pagassi un pedaggio non ci sarebbe problema, perchè tutti e due saremmo soddisfatti, giusto?
-Immagino di sì.
-Bene, allora questo è il mio prezzo: dovrai rispondere esattamente a tre indovinelli, solo allora potrai passare. Se però sbaglierai dovrai tornartene da dove sei venuto.
Ollerus esitò un attimo, ma poi si decise:
-Mi sembra equo. Domanda pure, vecchio!-
Ufthak si lambiccò il cervello in cerca di qualche vecchio quesito. Da bambino spesso giocava con suo fratello agli indovinelli, passavano ore ad inventare giochi di parole e filastrocche. Finalmente trovò qualcosa:
-Davanti è corta se dietro è lunga.-
-Vecchio,- rispose subito Ollerus: -sono in viaggio da mesi. Riesci ad immaginare quante volte mi sono guardato alle spalle per rendermi conto di quanto strada avevo percorso? Ed ogni volta il pensiero che ogni miglio che mi lasciavo alle spalle era un miglio in meno che mi separava dalla mia destinazione. La mia risposta è la strada.-
L'orco spalancò la bocca in una risata sdentata, ma dalla sua gola non uscì nessun suono. L'occhio divenne una fessura e le mandibole si serrarono in uno schiocco sordo.
Tac!
-Troppo semplice, dici! Sì, forse è così. Allora rispondi a questo:
Come acciaio resistenti,
della morte più pazienti.
Le nostre radici son profonde
ma basta il Vento a farci tonde.
Calò il silenzio. Ufthak trasse sommo piacere nello scrutare il viso contratto del rivale. Aveva osato troppo con quella risposta tanto arrogante ed ora quello non era più un gioco. Osservò le sue dita contrarsi in un misto di rabbia ed ebrezza. Lentamente si alzò in piedi.
-Dunque non rispondi?- Perfino lui si accorse della nota isterica nelle sue stesse parole.
Ollerus avvicinò la mano all'elsa della spada prima di rispondere:
-Ti darò la mia risposta vecchio, ma ricorda il patto: se sbaglio me ne torno indietro, nient'altro. Non costringermi ad estrarla.
-Rispondi!-
Tac!
-Sono le montagne. Le montagne che con il passare del tempo vedono la loro cima farsi sempre più tonda a causa delle intemperie.
L'orco ringhio di sconforto e chiese infuriato: -Come hai fatto? Sapevi già la risposta, imbroglione! Baro! Traditore!-
Tac!
-No! Ci troviamo all'estremità orientale delle regione che noi chiamiamo Vanegard, o Wavelands. Le colline che vedi tutt'intorno a noi in tempi antichi furono alte montagne rese lisce dal vento. La risposta alla tua domanda stava sotto i nostri piedi.
Di nuovo ci fu silenzio tra i due, ed Ollerus temette per il peggio. Ma Ufthak sentenziò l'ultimo quesito con una voce gutturale carica di odio:
Bella come il sole al tramonto.
Delicata come la rugiada al mattino.
Polvere celeste
illumina la terra.
-Questo non è un indovinello!- Protestò Ollerus.
L'altro non lo guardò e non gli parlò. Unì le mani a coppa e le immerse nel fiume. Una volta che furono colme le portò al viso ed accolse l'acqua fresca in bocca. Sotto gli occhi stupiti di Ollerus il vecchio orco risputò di nuovo il liquido nelle sue mani giunte, poi disegnò con esso un cerchio sul terreno intorno a se. Rimanendo in piedi all'interno del cerchio si spogliò dei vestiti e li immerse nel fiume fino ad adagiarli con cura sul letto pietroso. Prese dalla sponda un sasso abbastanza pesante e lo posizionò in modo che i vestiti non venissero portati via dalla corrente.
-Domani all'alba mi darai la risposta. Prega che sia giusta.
* * *
Ollerus rimase sulla riva finché non vide sparire l'orco. Sull'altra sponda era rimasta la canna da pesca e in acqua i vestiti. Era ben consapevole di aver assistito ad un rito magico. Una volta, quando era ancora un bambino, aveva visto un mago della sua stessa razza. Erano i bei tempi in cui la sua famiglia viveva in una città che ancora poteva essere chiamata “casa”. Ricordava bene il mago, perché ne era rimasto profondamente spaventato. Si aggirava per le strade in cenci, chiedendo elemosina e supplicando per un tocco di pane. Era vecchio, sporco e con la barba ispida. Aveva chiesto al padre chi fosse quell'uomo ed il padre aveva pronunciato una parola strana, con voce triste e rispettosa: stregone. Se Ollerus fosse stato più grande di qualche anno si sarebbe soffermato ad esaminare la rigidità delle gambe del mendicante, i passi trascinati come se avesse un peso sulle spalle. Ma allora non aveva ancora avuto modo di leggere a proposito degli stregoni, di come la magia prosciuga il corpo e l'anima degli uomini che hanno la tracotanza di usarla. Si dice che ogni magia chieda allo stregone un pegno, un pezzo della vita, dei ricordi, del corpo. Ogni volta è qualcosa di diverso e lo stregone non sa mai cosa perderà se non dopo che la magia è stata sprigionata. Quando ormai è troppo tardi. I maghi più anziani diventano gusci vuoti, finché non sono più neanche in grado di mendicare. E quando non hanno più niente da offrire in pegno, la magia prende la loro umanità, rendendoli immortali. Uomini senza più un passato né un presente, ma solo un eterno futuro. Vengono chiamati Piangenti, perché l'unica emozione che provano è il dolore di non poter più usare il potere della magia, non avendo più nulla da offrire.
Eppure Ollerus aveva appena visto un rito senza conseguenze. Era ammirato e spaventato. Si chiedeva cosa gli sarebbe successo se avesse provato ad attraversare il fiume, ma decise che non lo avrebbe mai scoperto, troppo rischioso. Si chiese anche se fosse il caso di fuggire, ma sapeva di per certo che uno stregone lo avrebbe facilmente trovato. Aveva accettato la sfida con leggerezza ed ora doveva affrontarla con serietà. Richiamò il cavallo, che nel frattempo era andato a pascolare, per legarlo ad un albero. Aveva deciso di accamparsi e di pensare alla risposta.
Passarono diverse ore nelle quali si affaccendò a creare un bivacco e a procacciarsi del cibo. Catturò una quaglia e la cucinò per cena su un fuoco improvvisato. Intanto continuava a ripetersi nella testa il quesito, per non correre il rischio di dimenticarlo. Dopo cena, quando ormai il buio era calato, si sedette con la schiena appoggiata ad un tronco. Fumava la pipa guardando le stelle ed ascoltando il dolce suono del fiume.
Bella come il sole al tramonto. Doveva pensare come un orco, capire i canoni estetici di una razza diversa. Delicata.
Polvere.
Conosceva un po' la storia degli orchi, aveva letto leggende e racconti, eppure...
Le palpebre erano sempre più pesanti.
...eppure quell'orco voleva vincere. Aveva indovinato la strada e le montagne perché gli erano famigliari. Di sicuro la risposta era qualcosa di estraneo.
Illumina la terra.
L'ultima cosa che pensò prima di addormentarsi fu: bianco.
Le palpebre si tinsero di un rosso intenso quando il primo sole del mattino colpì il volto di Ollerus. Il fitto dolore provocato dalla conseguente dilatazione delle pupille fecero svegliare l'uomo di soprassalto. Per qualche secondo si sentì spaesato e smarrito, ma mentre gli ultimi scampoli di un sogno già dimenticato lasciavano in punta di piedi la sua mente ricordò dove si trovava e cosa ci facesse lì sdraiato nell'erba ormai secca dopo essere rimasta gran parte della notte a contatto con il falò. Ogni dubbio fu dipanato quando alzando gli occhi gonfi di sonno vide una sagoma sfuocata dall'altra parte del fiume. Quando riuscì finalmente a mettere a fuoco la figura si stupì non poco: l'orco Ufthak era lì, accovacciato, a fissarlo malevolo. Ollerus decise di distogliere lo sguardo e di ignorarlo. Aprì una saccoccia e ne estrasse delle erbe che profumavano di fresco, poi si alzò e andò verso il suo cavallo, che ancora dormiva. La sella giaceva poco distante, la raggiunse e si mise ad armeggiare con cinghie e tasche. Trovò finalmente la sua tazza di acciaio grezzo, la riempì con l'acqua della sua borraccia e la posò sulle braci ancora calde del falò della sera prima. Non appena l'acqua si mise ad emettere vapore buttò dentro le erbe aromatiche ed aspettò. Poco dopo l'aria era satura dell'odore del timo e della gramigna. Quando la tisana fu pronta Ollerus prese la tazza bollente senza scottarsi, grazie alle fasce di cuoio che portava legate sulle mani per evitare che durante le lunghe cavalcate si formassero i calli. Sorseggiando la bevanda ed assaporandone l'effetto benefico che si diffondeva in tutto il suo corpo andò a sedersi in riva al fiume, proprio di fronte al punto in cui lo aspettava l'orco. Continuò a bere guardandolo dritto negli occhi, ma non si scambiarono nessuna parola. Solo quando la tazza fu vuota Ollerus spezzò il silenzio:
-Mi aiuta a rilassarmi.
-Voglio la risposta.
La voce dell'orco sembrava più calma quella mattina, ma non per questo meno minacciosa.
-Prenderò prima la spada, se non le dispiace.
-Prenderò prima la spada, se non le dispiace.
Ufthak sogghignò. Mentre Ollerus si legava la cinta con il fodero alla vita, l'orco riprese dall'acqua i vestiti del giorno prima e passò la mano sulla superficie del fiume. Ollerus capì che l'incantesimo era stato tolto e domandò:
-Cosa mi sarebbe successo se avessi cercato di attraversare?
-Saresti morto.- Rispose Ufthak. Stese accuratamente i vestiti su di una roccia poco distante, poi tornò a rivolgersi al suo avversario:
-Non sei più tanto arrogante oggi. Non avresti dovuto sfidarmi.- Disse ridacchiando.
-Mi ha sfidato lei!- Obiettò Ollerus.
-Dovevi sbagliare! Hai indovinato e hai barato! Nessuno prende in giro Ufthak. Io sono il grande poeta degli enigmi!- Sbraitò il vecchio, strabuzzando gli occhi. Qualcosa aveva ceduto nella sua mente, il giorno prima. Da troppi anni viveva in un mondo effimero, fatto di storie e leggende, dove i poeti erano Dei e gli eroi da loro cantati semplici burattini. Ormai era arrivato a credere di essere un dio egli stesso, ma quel burattino che si trovava davanti aveva osato superarlo in intelligenza.
Ollerus era spaventato ed affascinato dall'essere grinzoso che si dimenava dall'altra parte del fiume. Sapeva bene che nonostante l'aspetto fragile, le zanne e gli artigli di un vecchio orco erano micidiali. Il tempo consuma la pelle ma tempra le ossa di un orco.
-Dammi la risposta, fa il tuo dovere, perdi e muori da bravo burattino!
-Io non ho barato vecchio. Lei invece non sta alle regole.
-Le regole sono mie!
-Va bene. Ma anche l'enigma è un inganno. Sono pronto a scommettere che sia in realtà una poesia scritta da uno di voi. Se così è, allora devo chiedermi cosa un orco può amare e ritenere bello come il sole al tramonto. Le dico tutto questo per dimostrarle che non la sto ingannando. Ma lei si è tradito, signore. La risposta è: la neve.
Ufthak rimase immobile, quasi pietrificato. Poi dal profondo della sua gola uscì un gemito disperato, come quello di un neonato che chiede cibo.
-Come? Come? Tu non conosci la neve, non l'hai mai vista!
-Ma conosco le leggende, Ufthak. Ho detto che si è tradito, ed è vero. Le risposte ai suoi enigmi erano tutte collegate dalla stessa storia. La strada, attraverso le montagne, per fuggire alla neve.
-La Guerra dei Fratelli.- Disse l'orco con un filo di voce. Ma ormai non parlava più con Ollerus, era un sussurro a se stesso, e tanti altri ne seguirono. L'uomo provò a chiamarlo, ma ben presto capì che Ufthak non vedeva più ciò che gli stava intorno. Sarebbe rinvenuto dalla sua follia e sarebbe tornato a casa come ogni sera, ma per ora non esisteva altro che lo sconforto. Ollerus decise di sellare il cavallo, raccogliere le sue cose ed avviarsi verso la sua meta. Aveva meritato il passaggio del guado.
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