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venerdì 20 agosto 2010

Il ritorno del cacciatore

Le capanne dell'insediamento erano disposte in cerchi concentrici. Quelle che si trovavano ai margini più esterni erano le più povere, niente più che semplici pelli montate su pali. Piccoli orchi giocavano nella polvere, le donne stendevano i panni al sole, molti vecchi osservarono taciturni il suo passaggio. Nessuno ostacolò Ollerus finchè non raggiunse le prime costruzioni in legno. Il cavallo procedeva al passo quando due orchi appiedati gli si fecero incontro brandendo corte spade di metallo mal lavorato.
Negli ultimi due mesi aveva visitato moltissimi villaggi simili, e l'esperienza gli aveva insegnato che mostrarsi sicuro di sé pagava più che la sottomissione. Eppure sapeva bene che ogni tribù era diversa, e non poteva dare nulla per scontato. Non si fermò, ma per quanto riuscisse ad atteggiare il volto ad una maschera di durezza e a controllare il tremore degli arti, niente poteva evitargli di contrarre la mascella fino a provare dolore ai molari. Sperava con tutto sé stesso che gli orchi non se ne accorgessero. Passò oltre, registrando solo parzialmente gli sguardi perplessi degli armati. Questi sembrarono decidersi sul da farsi e uno dei due intimò:
-Fermo!
Ollerus tirò le redini del cavallo ma non si voltò. Dando loro le spalle disse, cercando di non risultare minaccioso:
-Sto andando ad incontrare il vostro re.
L'orco che era rimasto zitto scoppiò in una fragorosa risata. L'altro esclamò divertito:
-Ah! Ma bene! E ti devo anche annunciare magari?
Ollerus fece girare il cavallo e tornò sui suoi passi. Si rivolse a quello che gli aveva parlato, decidendo che tra i due doveva essere il più sveglio:
-Credo che lui mi stia già aspettando. Sono Ollerus Rotanev.
L'orco si rabbuiò. Disse qualcosa all'orecchio del compagno, che annuì. Poi, come se la conversazione non fosse mai avvenuta, i due se ne tornarono da dove erano venuti.
Ollerus sorrise. Ormai aveva fatto l'abitudine a quelle reazioni. Era rimasto molto più colpito dall'atteggiamento del vecchio Ufthak, che a sentire il suo nome non si era minimamente scomposto. Erano mesi ormai che viaggiava per le terre occupate dagli orchi, visitando ogni accampamento, ogni piccolo villaggio. Le voci correvano attraverso le tribù ed un uomo che viene accolto ad udienza dai re guerrieri era una notizia succosa. Tutti si domandavano cosa stesse succedendo sotto i loro ignari occhi. Come la bruma mattutina, che si infittisce e si condensa sempre più, la paura di un'imminente guerra stava crescendo tra gli orchi.
Ollerus si diresse verso la capanna più grande, posta al centro del villaggio. L'ingresso, drappeggiato con pellicce di orso, era abbastanza ampio da lasciar passare agevolmente un orco a cavallo. Era infatti la capanna adibita alle riunioni dei generali di guerra, tra i quali veniva scelto il re. Tali riunioni si svolgevano esclusivamente in groppa alle proprie cavalcature, come da tradizione. Due orchi presidiavano l'ingresso. Non appena Ollerus fu a portata di voce fece fermare il suo destriero.
-Sono Ollerus Rotanev e desidero parlare con il vostro re.
Le guardie non si mossero, ed Ollerus giudicò questo un buon segno. Smontò da cavallo e tenendolo per le briglie varcò l'ingresso indisturbato. Sapeva ormai che a lui non era concesso rimanere in sella. Quando era incautamente entrato nell' Herren Krug, che era il nome che gli orchi davano alla capanna e che poteva essere tradotto in “sala dalla guerra”, la prima volta lo aveva fatto a cavallo ed aveva rischiato di essere ucciso sul posto. Solo il valore in battaglia dava il privilegio di parlare al re dalla sella, tutti gli altri dovevano subire il suo sguardo dal basso della propria statura. Per ora doveva accontentarsi.
Aspettò nell'Herren Krug tutto il pomeriggio. La sala della guerra era spoglia, non c'erano ornamenti di sorta a parte un focolare spento al centro e dei drappi di pelle che dividevano l'ambiente principale da un'altro più piccolo. Ollerus scostò le tende per esaminare da vicino la seconda stanza, ed immaginò che servisse ad ospitare gli schiavi mentre attendevano che i loro signori li chiamassero per riempire i boccali di birra calda. Vide anche che in fondo vi era un'altra apertura del tutto uguale a quella dell'ingresso.
Quando il sole fu tramontato Ollerus pensò di uscire per chiedere del cibo ed un po' d'acqua, ma proprio in quel momento vide proiettato sulle pareti della tenda l'alone luminoso di quattro fiaccole in processione. Fecero il giro del padiglione e poco dopo i drappi della saletta si scostarono. Quattro orchi con umili vestiti entrarono nell'Herren Krug a capo chino. Ecco a cosa serve l'ingresso posteriore pensò Ollerus. Lesti e silenziosi i quattro orchi accesero il focolare nel centro della sala e si ritirarono da dove erano arrivati. Subito dopo Ollerus sentì il rumore di pesanti zoccoli.
Ed ecco che fece il suo ingresso nella sala della guerre il re. Ollerus non riuscì a nascondere lo stupore, e ...
***
Una pila di piatti cadde a terra e rovinò l'atmosfera che si era venuta a creare nella locanda. Dalla cucina Edda si scusò con il gruppetto di persone sedute a cerchio intorno al vecchio Caio.
-Non fa niente, non fa niente.- Bofonchiò l'anziano.
-Cosa stupì tanto Ollerus, Caio?- Chiese un ragazzo seduto per terra.
-Come? Ah sì, Ollerus dicevamo. Dove ero arrivato?
-Al re!- Rispose qualcun altro.
-Giusto, il re e lo stupore del nostro caro Ollerus!- Esclamò Caio, contento di aver ritrovato il filo del discorso. Ma proprio in quel momento la porta della locanda si spalancò ed entrò una folata di aria gelida che fece tremare le fiamme del camino. L'uomo che entrò passò inosservato, qualcuno notò distratto il cappuccio bagnato fradicio e gli stivali sporchi di fango, ma solo perché il brutto tempo preoccupava un po' tutti, soprattutto chi più tardi avrebbe dovuto affrontare di corsa il temporale per rientrare a casa propria. Mentre il nuovo arrivato andava al banco a chiedere un boccale per scaldarsi il corpo e l'animo, Corun, il panettiere, si alzò e disse a Caio:
-Ammetto che racconti molto bene le storie Caio, ma come vedi il tempo peggiora. Non ho intenzione di scambiare la mia salute con un paio di belle storielle. Vi saluto!
-Corun, copriti bene, ma bada che le mie non sono frottole!- Disse Caio.
-Ho parlato di persona con Ollerus quando è rientrato quella sera della scorsa settimana. Purtroppo è ripartito subito la mattina dopo, altrimenti lo avrei invitato qui a raccontarvi la sua storia. Ma vi sto comunque riferendo quello che mi ha detto lui.
-Ollerus legge i pensieri degli orchi, ora? Tutto il primo pezzo della tua storia aveva per protagonista il vecchio orco!
-Beh. Un buon narratore deve rendere la storia interessante, almeno un po'!
-Sai che ti dico? Sono stanco di questo Ollerus, sono due mesi che non si parla d'altro qui al caer.
Da una sedia si alzò un giovane, l'apprendista del fabbro, ed esclamò:
-Forse perché è l'unico che finora ha preso il coraggio in mano ed è andato a vedere con i propri occhi perché quei mostri ci stanno cacciando dalla nostra terra, schifoso di un mugnaio.
-Basta!- Ordinò Caio. L'apprendista tornò a sedersi, mentre Corun reprimendo la rabbia si calcò il cappello e guadagnò la porta. Prima di uscire si voltò di nuovo verso Caio e disse:
-Perchè la prossima volta non ti porti dietro Aleski? Hai paura che ti sbugiardi?
Dopo un'ultima occhiata minacciosa uscì.
Caio si rigirava tra le mani il bicchiere. Sentiva gli occhi di tutti su di lui, come se si aspettassero che smentisse le accuse.
-Certo, Aleski mi darebbe ragione se fosse qui, no?
L'apprendista del mugnaio sorrise:
-Ma certo! Lui vede Ollerus più di tutti, saprà di certo la verità!
Dal bancone l'uomo che era entrato poco prima si schiarì la voce e disse:
-Ollerus non mi dice molto più di quello che sapete tutti.
-Aleski?
-Sì, sono io. Buonasera.- Disse l'uomo togliendosi il cappuccio ed alzando il boccale nella loro direzione.
-Allora Aleski? E' vero?- Chiese l'apprendista.
-Cosa?
-Che Ollerus sta visitando tutti i villaggi orcheschi.
-Penso di sì.
-E che sta incontrando i re?
-Questo non lo so.
-E... la guerra?
-Non so neanche questo, mi dispiace.
-Ma vivi a casa sua!
-Proprio perché lui non c'è posso usare la sua casa. E se non c'è, non può dirmi cosa stia facendo, non trovi?
L'apprendista tacque deluso. Aleski se ne dispiacque e si affrettò a rassicurarlo:
-Quando tornerà gli chiederò cosa sta combinando. Ora se non vi dispiace, ho finito la mia birra e vorrei tornare a casa, sono molto stanco.
Caio ne approfittò per togliersi dall'impaccio: -Ti accompagno, Aleski, fuori il tempo è troppo severo per affrontarlo da soli! E comunque devo tornare dalla mia signora, o manderà i nipoti per trascinarmi a casa!
I due uscirono insieme. L'aria all'esterno era fresca e pulita, un toccasana dopo l'asfissiante odore di fumo che si respirava all'interno della locanda. Ma la pioggia batteva incessantemente, penetrando nelle ossa. Aleski e Caio si calcarono i cappucci sulla testa e si strinsero nei mantelli il più possibile. La strada di fronte alla locanda era stretta e si affacciava su uno strapiombo, cosa non rara per il caer, che era costruito su di un'altura. Caio si affacciò al parapetto e, incurante della pioggia che gli stava infradiciando i vestiti, rimase lì pensieroso, con lo sguardo perso tra i tetti delle case del quartiere povero, venti metri più in basso.
-Caio, è meglio andare. Inizia a far freddo.- Disse Aleski.
Caio sospirò e rispose: -Sì, hai ragione. Peccato che quella gente sia così scettica, vero? Una volta le storie appassionavano, facevano sognare. Nessuno mi chiedeva se era la verità, non importava. Era semplicemente bello ascoltare.
-Lo è ancora adesso, e tu sei bravo. Ma hanno paura. Da quanto vivete qui? Questa non è la vostra terra. Vorrebbero capire perché succede questo, ma non lo sanno. Forse non è il momento delle storie. Forse è il momento della verità.
-E Ollerus la sta portando. Ogni volta che fa ritorno dai suoi viaggi porta nuove informazioni. Ma quegli sciocchi non gli credono.
-Non ci pensare. Quando sarà il momento, crederanno. Ora incamminiamoci, vuoi?
Ma prima che Caio rispondesse, da una delle torri di guardia cominciò a rintoccare una campana. Il suono era attutito dalla pioggia, ma era inconfondibile.
-E' la torre nord.- Disse Caio, non senza stupore.
Aleski guardò alla sua destra e vide la torre. In cima brillavano le fiaccole, e si distinguevano le sagome di due uomini, uno dei quali batteva con una mazza su una grossa campana.
-Guarda là!- Esclamò Caio, con il dito puntato verso la valle che si stendeva sotto il caer.
Dapprima Aleski non vide nulla, solo erba e pioggia. Poi gli sembrò di scorgere un tenue bagliore, un fuoco.
-E' una fiaccola?- Chiese al vecchio. Quella lucina riportava Aleski indietro nel tempo, quando ancora non aveva assunto quel nome così esotico e strano, quando il mondo gli era ancora familiare. Gli ricordava una spiaggia, di notte, le vele delle imbarcazioni ormeggiate che fischiavano al vento ed in lontananza la luce intermittente di un peschereccio. Ma in questo mondo non esistevano pescherecci, soprattutto non esistevano luci intermittenti. Solo fuoco e fiaccole.
-Puoi scommetterci. E si avvicina molto velocemente! Un cavallo al galoppo, dico io. E se quello non è un cavaliere, che il cielo mi fulmini, può essere solo un fuoco fatuo!
-E quelli non esistono. Giusto?
-Chi può dirlo figliolo? Chi può dirlo.
Ormai il cavaliere si era avvicinato abbastanza da fugare i dubbi di Caio. Dalla torre di guardia uno dei due uomini si sporse oltre le merlature e diede fiato ad una squillante tromba, in segno di benvenuto. Dopo poco il cavaliere rispose facendo udire il suono cupo e forte di un corno da caccia.
-E' Ollerus!- Esclamò Caio. Ma il suo grido di gioia non fu udito: le trombe di tutte e nove le torri di Caer Ydalir stavano squillando in onore del Cacciatore.

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